La risposta (adeguata al contesto) penso sia interessante riportarla qui.
Nel Rock, soprattutto quello tradizionale, l'improvvisazione si svolge prevalentemente entro un campo armonico-tonale piuttosto unitario: anche quando gli accordi cambiano, il brano tende a rimanere centrato su una stessa tonalità o a un’unica area.
L'improvvisatore può quindi sviluppare una fraseologia relativamente indipendente dal singolo accordo, utilizzando un vocabolario ristretto - pentatonico, blues, diatonico - che rimane efficace attraverso tutta la struttura del brano.
Nel Jazz, invece, una caratteristica fondamentale è la mobilità armonico-tonale: la forma può attraversare diverse tonalità e successioni di funzioni armoniche, spesso rapidamente.
L'improvvisatore deve quindi orientarsi continuamente fra tonalità, accordi, funzioni, modulazioni e risoluzioni, costruendo melodicamente la linea in rapporto a ciò che la successione accordale sta facendo in ogni singolo momento.
"Suonare sugli accordi (o sui cambi)" è una locuzione ben conosciuta da chi suona Jazz; sconosciuta o temutissima da chi non lo suona.
Feed RSS