Non di rado, tuttavia, un assolo è in grado di accrescere in modo significativo il valore artistico di un pezzo. Proprio per questo vale la pena comprenderne meglio la natura: una vera e propria “arte nell’arte”.
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C’è chi ritiene che un assolo possa influenzare, in positivo o in negativo, il gradimento di un brano; in realtà, spesso accade il contrario.
Non di rado, tuttavia, un assolo è in grado di accrescere in modo significativo il valore artistico di un pezzo. Proprio per questo vale la pena comprenderne meglio la natura: una vera e propria “arte nell’arte”.
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Mille e più volte ho sentito o letto, riferito a musicisti spesso famosi, che “suonano a orecchio”.
Ma cosa significa davvero? Che non sanno scrivere o leggere la musica? Che ignorano del tutto la teoria musicale, le scale, gli accordi e tutto il resto? Attorno al suonare “a orecchio” circolano molti equivoci: si confondono piani diversi, capacità differenti e aspetti distinti. Spesso si associa questa espressione a una sorta di “illuminata ignoranza” romantica. In realtà, chi sostiene che suonare a orecchio equivalga a una pressoché totale ignoranza musicale sbaglia. Gli ascoltatori di musica, a prescindere dai generi e dagli stili preferiti*, mediamente si somigliano.
Perché principalmente due sono i fattori che più colpiscono la stragrande maggioranza di loro: i groove ritmici e i motivi melodici (e/o riff) dei brani. Secondariamente troviamo tessiture e stratificazioni timbriche (suoni), insieme all’aneddotica: storie e vicende dei protagonisti, con pure titoli e immagini delle copertine (iconografia varia). (Nel caso di musiche cantate, anche i testi – quando comprensibili – hanno un ruolo importante.) Quantità (più o meno) direttamente proporzionale alla qualità: la questione è tanto annosa quanto invalsa e fuorviante.
Da ragazzo, quando ascoltavo dei musicisti i loro assoli pensavo che quelli più duraturi fossero per opera dei più bravi. Questa patente ingenuità era data dall’inesperienza, che non mi attrezzava adeguatamente per poter anche solo un minimo stimare seriamente la qualità (facendo pure faticosamente la tara al mio gusto). Ieri sera casualmente mi sono imbattuto in un video sul web di uno tra i più noti chitarristi pop-rock italiani, attivissimo con testi e video didattici, nel quale asserisce che “il vibrato classico è quello che tende a modificare l’ampiezza, dare una modulazione all'ampiezza del suono, senza variarne il pitch.”
(Il pitch è l’altezza, l’intonazione di un suono o nota.) Benché non nuovo ad approssimazioni ed errori del genere, una così scorretta affermazione su una tecnica musicale fondamentale, elementare, come il vibrato e per giunta direttamente applicato alla chitarra, mi ha fatto sussultare. Il tocco di un musicista sovente è citato; in modo alquanto generico, superficiale.
Pur tralasciando gli aspetti più specialistici e tecnici (che si possono trovare negli approfondimenti fatti nei miei libri Tecnologia Musicale, Viaggio all’interno della Musica e Quaderni Musicologici), tentiamo di comprendere cosa significhi, affrontando l’argomento in maniera tale da intendere correttamente cause ed effetti del “tocco” musicale. Mi rammarica non avere più il mio primo strumento; sono oltre quaranta anni che mi manca.
Da ragazzino undicenne avevo dei bonghi nordafricani che malamente percuotevo, tentando di andare appresso ai brani dei miei beniamini musicali. Ho continuato così per qualche anno, pure dopo che ebbi la mia prima chitarra. Benché il mio primo incontro con la musica (che non fosse solo ascoltarla) fu con una tastierina elettronica Bontempi che aveva un mio amichetto di 9 o 10 anni. Chop, in inglese “taglio”, nel gergo musicale una frase musicale particolarmente incisiva, di grande effetto.
Di norma sono linee molto rapide impiegate negli assoli, declinate differentemente secondo i generi: più articolate e tensive nel Jazz e Fusion, più aggressive timbricamente e spesso parecchio funamboliche (shredding) nel Rock e dintorni (contemplando pure l’uso di registri assai alti e talvolta device meccanici - leva vibrato - o elettronici). Da oltre mezzo millennio sì è progressivamente sviluppata una formidabile risorsa musicale: l’arpeggio melodico.
Da quando in Europa nel XVI secolo si è iniziato a teorizzare e usare gli accordi, pertanto a mischiarli con la polifonia medievale (basata su più linee melodiche scalari), quindi a svilupparli sempre più in sequenze nel XVII secolo, giungendo nel secolo successivo a fondare il Sistema Tonale. L’arpeggio melodico* è semplicemente suonare (o cantare) le note costituenti un accordo, una dopo l’altra senza far risuonare le precedenti (come invece nell’arpeggio armonico). A volte mi è capitato di ascoltare o leggere da parte di qualcuno che vuole affermare il valore musicale dei suoi beniamini (spesso in contrapposizione a giudizi altrui, di solito ben argomentati), che l’unica discriminante sia suonare la note giuste (o i colpi nel caso di batteristi-percussionisti) nei momenti giusti e con le giuste tecniche, il resto non conta.
Questo tipo di espressione non ha alcuna sostanza, nessun fondamento né pratico né teorico. È usata da chi non sa argomentare musicalmente per obiettare. Ciò anche per tre logici, decisivi, motivi. A volte mi è stato chiesto: è possibile stabilire la qualità tecnica di un’esecuzione di un brano o di un gruppo o di singoli musicisti?
Sì, certo. |
Carlo Pasceri
Chitarrista, compositore, insegnante di musica e scrittore. TEORIA MUSICALE
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Aprile 2026
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