D’altronde, si tratta di una prospettiva particolarmente moderna: è soprattutto tra il Novecento e la contemporaneità che la simmetria è stata studiata, esplorata e assunta consapevolmente come principio compositivo, basti pensare ad Arnold Schönberg e a Olivier Messiaen.
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Sono sempre stato attratto dalla simmetria, e lo dimostra il numero degli articoli che ho dedicato a questo tema; anche nei miei libri le ho spesso riservato ampio spazio, affascinato dalle sue molteplici implicazioni musicali.
D’altronde, si tratta di una prospettiva particolarmente moderna: è soprattutto tra il Novecento e la contemporaneità che la simmetria è stata studiata, esplorata e assunta consapevolmente come principio compositivo, basti pensare ad Arnold Schönberg e a Olivier Messiaen.
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Ha il suono di un incantesimo, il colore di un mondo irreale, l’ambiguità evanescente di un sogno esotico. “Magica” e misterica, basta percorrerne i suoni per giungere ai confini del sovrannaturale.
Eppure questa aura arcaica e “segreta” non viene da un passato remoto; non appartiene a un mondo antico, né a una tradizione musicale perduta. È una magia sorprendentemente moderna, unica. La scala Esatonale (o a toni interi) ci permette di raccontare una straordinaria storia musicale, quella di una simmetria radicale. Occupa infatti un posto del tutto particolare nella storia della musica occidentale, perché mostra come una semplice struttura intervallare possa trasformarsi in una nuova concezione dello spazio musicale. Per molto tempo autorevoli fonti musicologiche, fra cui Gunther Schuller, hanno distinto nettamente il walking bass del Jazz swing dal basso del boogie-woogie, sottolineando soprattutto le differenze funzionali: da una parte una linea libera, melodicamente autonoma e integrata nel contrappunto del gruppo; dall'altra una figura più ciclica e ripetitiva, legata all'ostinato della mano sinistra pianistica.
Questa distinzione conserva una sua utilità descrittiva, ma oggi appare troppo rigida se interpretata come separazione assoluta. La storia dei linguaggi musicali mostra infatti più spesso continuità, trasformazioni e adattamenti che fratture improvvise. Non è mai stato il filone musicale che ho frequentato con maggiore passione.
Eppure pochi ambiti della musica del Novecento hanno esercitato un'influenza tanto profonda: proprio qui affondano le radici del Rock, del Funk, del Pop e, indirettamente, di gran parte della musica contemporanea. Al contempo, ho spesso notato una diffusa confusione, tanto tra gli "addetti ai lavori" quanto tra i semplici appassionati: da un lato c'è chi considera boogie-woogie, rhythm and blues, rock and roll e soul come generi distinti; dall'altro, chi utilizza questi termini quasi come fossero sinonimi. Cosa c’entra Joe Zawinul con Richard Wagner, Vincenzo Bellini, Giovanni Pierluigi da Palestrina e la musica sacra dell’Alto Medioevo?
Tra le composizioni più famose del tastierista viennese c’è A Remark You Made, brano del 1977 inserito nel disco Heavy Weather. Si tratta di un pezzo lento la cui melodia è peculiare perché assai lunga e priva di ripetizioni ravvicinate, contrariamente a quanto accade quasi sempre nella musica contemporanea. Riff, ostinati, sequenze: che si tratti di Rock, Funk, Metal o Jazz-rock/Fusion, sono sempre stato affascinato da queste forme di “ossessività”, prima come ascoltatore e poi come musicista.
Suonare un ostinato, comporlo o usarlo come base per l'improvvisazione, significa misurarsi con l’insistenza estrema del tempo e dello spazio delle note. È un territorio che la musica occidentale ha iniziato a esplorare ben prima dell'avvento dei microchip. Per comprendere da dove nasca questo magnetismo e come questa geometria del tempo abbia conquistato la musica moderna e contemporanea, occorre fare qualche passo indietro. La storia dell’estetica occidentale descrive la parabola del "brutto" da semplice difetto o negazione del bello a categoria filosofica, visiva e sonora totalmente autonoma, specchio delle fratture della modernità.
In estrema sintesi. Nell’Antichità classica, dominata dall'ideale della proporzione e dall'inestricabile fusione di bellezza e bontà, Platone relega il brutto allo statuto di puro errore, disordine e privazione del bene. Una prima apertura si registra nella Poetica di Aristotele, il quale intuisce che l’imitazione artistica (mimesi) può generare un piacere intellettuale anche davanti alla rappresentazione del ripugnante. Che nel corso del Novecento siano esistiti pianisti monumentali è cosa nota*: Art Tatum, Lennie Tristano, Earl Hines, Thelonious Monk, Bud Powell e altri giganti.
Tuttavia, fu il decennio degli anni Sessanta a registrare la straordinaria concentrazione di un formidabile sestetto di pianisti. Un evento pressoché irripetibile: a oltre mezzo secolo di distanza, la loro influenza continua a essere evidente. Bill Evans, McCoy Tyner, Herbie Hancock, Joe Zawinul, Chick Corea e Keith Jarrett sono cresciuti musicalmente in quegli anni, proiettando con forza nei decenni successivi le proprie scelte estetiche e poetiche. La più significativa fusione di linguaggi musicali prese avvio nell’Ottocento, segnando un vero e proprio spartiacque nella storia della musica.
Da quel momento in poi, il panorama musicale non sarebbe più stato lo stesso. Per portata e qualità, questo fenomeno contribuì a un arricchimento straordinario del mondo musicale occidentale. In particolare, i due poli dell’Occidente, America ed Europa, iniziarono a rivolgere uno sguardo sempre più profondo verso l’Oriente, superando approcci superficiali o occasionali esotismi del passato, nonché visioni legate esclusivamente a prospettive locali. Che la mescolanza generi innovazione è un dato di fatto; in musica ne troviamo importanti tracce sin dall’alto Medioevo, addirittura nelle categorie di musica sacra e profana, che si influenzarono e svilupparono reciprocamente*.
Venendo al nostro tempo, la mescolanza più importante è tra la musica classica-europea e quella afroamericana, che pervenne alle conseguenze novecentesche col Ragtime, Boogie-woogie, Blues, Jazz, Rock, Funk ecc. Le radici più nette ed esplicite si rinvengono nell’Ottocento, e tra i protagonisti più notevoli in assoluto c’è lo Chopin americano: Louis Moreau Gottschalk. Come accade a molti, da adolescente ero attratto dalla musica: stavo iniziando a innamorarmene.
A parte che avevo cominciato a studiarla un po’ perché strimpellavo la chitarra, siccome la musica è fatta di suoni, ciò che mi affascinava erano proprio loro, ancora prima delle note. Mi colpivano le sonorità nel loro insieme, più che la loro analisi puntuale: il risultato complessivo, fatto di timbri, dinamiche, articolazioni, altezze assolute (la tessitura con i registri bassi, medi e alti), velocità metronomiche. Era questo che mi seduceva. Se non è già stato pubblicato, lo sarà presumibilmente a breve: l’artista virtuale creato dall’Intelligenza Artificiale.
Nel frattempo, abbiamo già numerosi esempi di emulazioni, spesso diffuse come presunti “lost tapes” di qualche celebre musicista o gruppo. Per ora – novembre 2025 – è ancora relativamente facile individuare le patacche. Per quanto siano ben fatte e dunque piuttosto credibili, a un ascolto più attento le approssimazioni risultano grossolane. Per ora. Specie di inverso del sortilegio divinante il futuro - semmai l’incantesimo per eccellenza -, la musica come vettore per la reminiscenza.
Il lato ammaliante del ricordare, di quello che non è puntuale cronaca di avvenimenti passati, ma proiezione impressionistica, a macchie di colore, che emerge dall’oblio. Per Platone la vera conoscenza si fonda sulla reminiscenza delle idee conosciute dall’anima in un’esistenza precedente al suo ingresso nel corpo; il recuperare un sapere obliato. È nota pressoché da sempre l’influenza della musica sull’animo umano.
E le prime codifiche che conosciamo nel nostro Occidente le abbiamo apprese dai testi provenienti dall’antica Grecia, in cui si trovano molti riferimenti al potere della musica. Sappiamo dell’enorme suggestione terapeutico-incantatoria, connessa pure alle più arcaiche pratiche magico-religiose, mediante le attuazioni di alcune popolazioni odierne del tutto simili a civiltà ben più antiche di quella fondativa greca. A circa vent’anni decisi di tentare di andare oltre il chitarrismo rock.
Le linee melodiche, i solismi e le armonie nei brani di John Scofield, Larry Carlton, Robben Ford, Mike Stern e Scott Henderson m’intrigavano. Implacabilmente. Dopo parecchio tempo speso in tentativi di capirci qualcosa per mezzo di scorciatoie, di schematizzazioni pronte all’uso, capii che quel che ascoltavo di loro (e i loro simili pure non chitarristi) non erano semplicemente sofisticazioni che si potevano copiare e brutalmente applicare, magari con qualche minima variazione. Esercitatevi al monocordo! Pitagora lo avrebbe detto ai suoi discepoli sul letto di morte.
Loro lo fecero, ma poco gli è stato dato retta dopo: alcune conseguenze delle sue scoperte (e dei suoi discepoli), tanto semplici quanto importanti, non sono state sufficientemente tratte. Pertanto faccio mia quell’antica esortazione per introdurre un breve viaggio: partiremo dalle sue greche origini fenomenologiche, radicate nel terreno dell’esperienza e della pratica musicale, per arrivare (mediante un elementare pensiero aritmetico e una rappresentazione grafica) alle operazioni tramite le quali scoprire gli storici e basilari vettori musicali. Omnis homo mendax, recita un verso dei Salmi; gli uomini sono menzogneri.
Sì, insomma, tutte le persone mentono; chi più chi meno, a seconda delle circostanze e con varie sfumature, declinazioni e coniugazioni qualitative e quantitative. La menzogna è in noi, nel nostro mondo. Quindi bugie, imposture ecc. c’entrano anche con la musica. E già, può sembrare strano, ma da secoli ufficialmente nella terminologia musicale ci sono alcune locuzioni come “falso bordone” o “cadenza d’inganno”, che evidentemente si riferiscono a ciò. Estetiche e poetiche delle mistificazioni musicali. Dunque, in musica ci sono parecchie tattiche e strategie per falsificare, ingannare, la percezione di chi ascolta, sia in termini contenutistici (per esempio quelle relative alle locuzioni sopra esposte) sia in quelli formali, timbrici. Shakti with John McLaughlin rinvia a una straordinaria trilogia pubblicata tra il 1976 e il ‘77.
Ed è il titolo del primo disco di questo gruppo indo-occidentale, registrato dal vivo negli USA il 5 luglio del 1975 al South Hampton College. McLaughlin aveva da poco ricostituito la formidabile Mahavishnu elettrica e con essa registrato un paio di dischi, ma, siccome sempre più attratto dalla cultura e musica dell’India, formò anche questo gruppo interamente acustico. L’innovativa declinazione “bianca” del Jazz ebbe nel ventennio tra la metà dei Quaranta e dei Sessanta notevoli esponenti che influenzarono la musica a tutto tondo (tra gli altri - Lennie Tristano, Stan Kenton, George Russell, Jimmy Giuffrè, Tony Scott, Paul Desmond, Dave Brubeck, Don Ellis).
Musica ben più innervata dalla Classica (non di rado pure dall’etnica mondiale) e ben poco dal Blues, fu pertanto un Jazz di ricerca e sviluppo di matrici centro-europee (e orientali). Quindi non semplici temi su cicli blues o canzoni, ma composizioni di altro tipo - sovente complesse - insieme con improvvisazioni; non inesorabilmente accompagnate da walkin’ e swing. Non rammento come conobbi il gruppo rock americano The Tubes e con quale disco in particolare, ma ricordo che ero molto giovane e che mi conquistò subito.
Approfondii la loro conoscenza appena possibile (le loro prime tre pubblicazioni all’epoca erano scarsamente reperibili); i dischi più famosi erano il doppio dal vivo del ‘78 What Do You Want from Live, Remote Control (il quarto in studio del ‘79) e il successivo The Completion Backward Principle (‘81). Poi acquistai Outside Inside (il sesto in studio del 1983), che mi convinse a trovare a tutti i costi i tre dischi dei loro esordi. Quello degli statunitensi The Last Poets è proprio uno strano caso.
É il nome di una specie di laboratorio musicale che esordì discograficamente nel 1970 (The Last Poets); un’ibridazione tra testi fortemente socio-politici - declinati e declamati poeticamente - e percussioni. Tutti afroamericani. Fu un’importante innovazione, pure perché precursori del rap/hip-hop dei decenni successivi*. Mozart, Genesis, Debussy, Tool... cosa c’entrano gli uni con gli altri? Il numero divino, ovviamente.
Da tempo si legge da più parti che alcuni compositori musicali avrebbero utilizzato la Sezione Aurea... Se pure fosse, sarebbe del tutto inutile. Comunque, sono secoli che si reputa che il mistero dell’armonica e universale bellezza stia in uno speciale rapporto tra le varie parti e il tutto. Ed è più che ragionevole ritenerlo. E allora? Conobbi la loro impegnativa musica che avevo circa vent’anni tramite un’antologia dei loro primi dischi: mi stregò il loro particolarissimo mondo di suoni; incisivo ed etereo, intriso di carnalità e spiritualità al contempo.
Non avevo ascoltato fino ad allora nulla che somigliasse a ciò e, soprattutto, nemmeno nei decenni successivi nelle mie più ampie e profonde esplorazioni musicali*. È tanto data per scontata quanto invalsa, superficialmente e senza argomentazioni serie, la straordinaria creatività di Frank Zappa.
Così, per sentito dire o visto scritto; ben che vada a orecchio - senza accurate analisi - ingenue deduzioni: considerato l’enorme spettro del suo Rock che spazia in tantissimi stili e generi (compreso messe in scena da cabaret con tanto di provocazioni, ironie e satire), Zappa non può che essere geniale... Non è certo demerito degli ascoltatori, ma è dei cosiddetti giornalisti musicali e simili (quindi di chi si è incaricato di informare di musica), se da sempre vige una confusione pressoché totale per quanto concerne i termini usati per indicare le varie declinazioni musicali inerenti la musica moderna.
Termini dunque molto utili, soprattutto allorquando precisi, naturalmente rammentando che sempre ci sono state e ci saranno gradualità più o meno significative di ibridazioni. Utili non tanto e non solo per orientare il fruitore nell’ascolto e il conseguente acquisto dei dischi – magari bulimico, agognato dall’industria e dal suo indotto - quanto per farne comprendere almeno un po’ le vere caratteristiche musicali, facendo la tara a quelle di superficie, contribuendo così a una più profonda consapevolezza degli ascoltatori di ciò di cui si sono appassionati. Quella tra generi e stili è la prima e complessiva confusione. |
Carlo Pasceri
Chitarrista, compositore, insegnante di musica e scrittore. TEORIA MUSICALE
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Settembre 2026
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