Tuttavia, c’è un punto di svolta: nella sua parte conclusiva il pezzo subisce un’impennata qualitativa che merita un’analisi approfondita.
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Nel precedente articolo su Visions of the Emerald Beyond avevo accennato al fatto che il brano di chiusura, "On The Way Home To Earth", non fosse del tutto all'altezza del resto dell'opera.
Tuttavia, c’è un punto di svolta: nella sua parte conclusiva il pezzo subisce un’impennata qualitativa che merita un’analisi approfondita.
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I due dischi più importanti della Mahavishnu Orchestra sono senza dubbio i primi due: The Inner Mounting Flame (1971) e Birds of Fire (1973). Sono le due facce di una stessa, stupefacente, medaglia jazz-rock, fondamentali per la loro carica innovativa.
Eppure, il mio preferito è il penultimo: Visions of the Emerald Beyond. Il motivo è semplice: rappresenta una maestosa sintesi di tutto ciò che il gruppo di John McLaughlin aveva costruito fino a quel momento, sviluppando direzioni — anche solistiche — soltanto accennate in precedenza. Registrato in soli undici giorni nel dicembre del '74 e pubblicato nel febbraio successivo, l'album conta tredici brani, alcuni piuttosto legati tra loro, quasi confluiscono uno nell'altro, complici talvolta pure i missaggi.
È di nuovo tempo di Sanremo, il festival della canzonetta e delle banalità. Al di là della kermesse, però, dobbiamo ammettere che la musica in generale non gode di buona salute, e questo ormai da decenni.
Più volte ho scritto che tale situazione dipende soprattutto dalla scarsa intraprendenza dei musicisti nella ricerca, e mancanza di coraggio di sviluppare e proporre nuove idee; un percorso spesso faticoso e rischioso. Molti, troppi — inclusi gli stessi musicisti — sostengono l'idea sciocca che "la musica è finita". Conobbi la musica di John Coltrane attraverso un nastro a cassetta, così funzionava all’epoca (come accennato in un passato articolo).
Dopo qualche tempo mi misi a studiarlo; fu una bell’avventura. Tra l’altro, scoprii che Coltrane aveva architettato una specie di reticolato armonico che, dato un centro tonale (o modale), permette di attingere note estranee alla struttura originaria. Senza scendere troppo nel dettaglio vedremo il concetto di massima di questa tecnica di riarmonizzazione, che consente “narrazioni” musicali differenti da quelle che pure i jazzisti più bravi eseguivano a quei tempi (a cavallo tra i Cinquanta e i Sessanta): fu chiamata Coltrane Changes. Se è vero come è vero che il Blues fu una delle principali novità musicali del XX secolo, la sua formidabile influenza si manifestò in molti modi, compresa la possibilità della sua quasi assenza esplicita.
Ci si pensa poco, ma i musicisti tendono a dividersi – con diverse gradazioni e qualità creative – tra coloro che esprimono elementi blues e quelli che non li esprimono. Mille e più volte ho sentito o letto, riferito a musicisti spesso famosi, che “suonano a orecchio”.
Ma cosa significa davvero? Che non sanno scrivere o leggere la musica? Che ignorano del tutto la teoria musicale, le scale, gli accordi e tutto il resto? Attorno al suonare “a orecchio” circolano molti equivoci: si confondono piani diversi, capacità differenti e aspetti distinti. Spesso si associa questa espressione a una sorta di “illuminata ignoranza” romantica. In realtà, chi sostiene che suonare a orecchio equivalga a una pressoché totale ignoranza musicale sbaglia. Fui fortunato, da adolescente appassionato prevalentemente di musica strumentale, i due gruppi italiani più famosi del genere (Jazz-Rock) erano anche i più bravi dunque subito ascoltai le cose migliori; - ancor prima di Crac degli Area - acquistai intorno al 1979 Abbiamo Tutti Un Blues Da Piangere (1973) dei Perigeo.
Dei sette brani che lo costituiscono Rituale* fu quello che più mi affascinò. Forse perché è un lungo pezzo (7’32’’) che ha due distinti piani: uno semplicissimo, quasi ingenuo, l’altro complicato, colto. Ma non si avvertono fratture, tutto è fluidamente amalgamato, scorre naturale. "Waiting", il brano di apertura dell'omonimo e dirompente album d'esordio dei Santana (1969), presenta in soli quattro minuti elementi innovativi che emergono già da un'analisi della sua struttura formale.
Uno dei brani più celebri di sempre porta la firma di un autore pressoché sconosciuto: James Bond Theme, composto da Monty Norman (orchestrato da John Barry), pubblicato nel 1962.
È tra i brani che ancora oggi amo di più, sin da quando ero ragazzino. Forse proprio per questo mi è rimasto impresso; e racchiude due caratteristiche fondamentali che mi hanno sempre affascinato — modalità e densità di cromatismi*. Gli ascoltatori di musica, a prescindere dai generi e dagli stili preferiti*, mediamente si somigliano.
Perché principalmente due sono i fattori che più colpiscono la stragrande maggioranza di loro: i groove ritmici e i motivi melodici (e/o riff) dei brani. Secondariamente troviamo tessiture e stratificazioni timbriche (suoni), insieme all’aneddotica: storie e vicende dei protagonisti, con pure titoli e immagini delle copertine (iconografia varia). (Nel caso di musiche cantate, anche i testi – quando comprensibili – hanno un ruolo importante.) Pochissime note (5 diverse) per pochissimo tempo (meno di 3 secondi) per uno dei riff più enigmatici e conosciuti dagli appassionati della musica Progressive: è nel brano Man-Erg dei Van Der Graaf Generator.
Pubblicato nel 1971 nel disco Pawn Hearts - mediamente il più apprezzato in assoluto dei VDGG e conclusivo della prima fase del gruppo capitanato da Peter Hammill - consolida l’apice raggiunto con H to He, Who Am the Only One (1970). Che la mescolanza generi innovazione è un dato di fatto; in musica ne troviamo importanti tracce sin dall’alto Medioevo, addirittura nelle categorie di musica sacra e profana, che si influenzarono e svilupparono reciprocamente*.
Venendo al nostro tempo, la mescolanza più importante è tra la musica classica-europea e quella afroamericana, che pervenne alle conseguenze novecentesche col Ragtime, Boogie-woogie, Blues, Jazz, Rock, Funk ecc. Le radici più nette ed esplicite si rinvengono nell’Ottocento, e tra i protagonisti più notevoli in assoluto c’è lo Chopin americano: Louis Moreau Gottschalk. Come accade a molti, da adolescente ero attratto dalla musica: stavo iniziando a innamorarmene.
A parte che avevo cominciato a studiarla un po’ perché strimpellavo la chitarra, siccome la musica è fatta di suoni, ciò che mi affascinava erano proprio loro, ancora prima delle note. Mi colpivano le sonorità nel loro insieme, più che la loro analisi puntuale: il risultato complessivo, fatto di timbri, dinamiche, articolazioni, altezze assolute (la tessitura con i registri bassi, medi e alti), velocità metronomiche. Era questo che mi seduceva. Se non è già stato pubblicato, lo sarà presumibilmente a breve: l’artista virtuale creato dall’Intelligenza Artificiale.
Nel frattempo, abbiamo già numerosi esempi di emulazioni, spesso diffuse come presunti “lost tapes” di qualche celebre musicista o gruppo. Per ora – novembre 2025 – è ancora relativamente facile individuare le patacche. Per quanto siano ben fatte e dunque piuttosto credibili, a un ascolto più attento le approssimazioni risultano grossolane. Per ora. A tutti è noto che, già da qualche anno, si discute ampiamente di Intelligenza Artificiale.
Molti si interrogano sulla sua potenziale pericolosità e sui rischi che comporta. Per quanto mi riguarda, sono sempre stato favorevole agli sviluppi tecnologici, pur consapevole che ogni progresso porta con sé un lato potenzialmente molto rischioso. È una costante della storia umana: fin da quando abbiamo imparato a usare un bastone o una pietra come strumenti, il pericolo di farne un cattivo uso è sempre esistito, indipendentemente dal livello tecnologico raggiunto. Pur non rappresentando affatto immagini o accadimenti, la musica è l’arte più prossima al nostro vivere.
Di là delle arti figurative — per loro natura statiche, benché spesso dense di simboli e allegorie talvolta complesse ed esoteriche — la letteratura, grazie al testo, può trascendere l’esperienza ordinaria: e qui sta il suo enorme fascino. Specie di inverso del sortilegio divinante il futuro - semmai l’incantesimo per eccellenza -, la musica come vettore per la reminiscenza.
Il lato ammaliante del ricordare, di quello che non è puntuale cronaca di avvenimenti passati, ma proiezione impressionistica, a macchie di colore, che emerge dall’oblio. Per Platone la vera conoscenza si fonda sulla reminiscenza delle idee conosciute dall’anima in un’esistenza precedente al suo ingresso nel corpo; il recuperare un sapere obliato. Perché la musica ci può sembrare come una successione di eventi che si percepiscono come un insieme ordinato? perché i suoi nessi ci appaiono a volte persino come ineluttabili? Insomma, perché la musica sembra abbia una logica?
Ed è invalso che per logica s’intende una procedura razionale per la quale le idee espresse sono tra loro connesse e si sviluppano l’una dall’altra. Pertanto potrebbe essere complicato lo statuto semantico della “logica musicale”, posta in relazione con i suoi elementi (armonia, melodia, ritmo, forma, ecc.). È nota pressoché da sempre l’influenza della musica sull’animo umano.
E le prime codifiche che conosciamo nel nostro Occidente le abbiamo apprese dai testi provenienti dall’antica Grecia, in cui si trovano molti riferimenti al potere della musica. Sappiamo dell’enorme suggestione terapeutico-incantatoria, connessa pure alle più arcaiche pratiche magico-religiose, mediante le attuazioni di alcune popolazioni odierne del tutto simili a civiltà ben più antiche di quella fondativa greca. Assai raramente accenno alle mie vicende personali, nell’andare a raccontare (in qualche modo) di musica.
Questa è una di quelle, e attiene ai cicli di vita, ai punti di vista e al gioco a somma zero. L’altro giorno si è chiuso un mio ciclo di vita, iniziato undici anni e un mese fa; tanto importante quanto faticoso. Va da sé che inizieranno nuove e altre fatiche, ma inserite in altri alvei e con altre traiettorie; pertanto, con risultati necessariamente differenti perché differenti saranno le circostanze esperienziali; eppure… Nel gennaio del 1964 i Beatles iniziarono le registrazioni (a Parigi) di un altro dei loro clamorosi successi, coi quali riuscirono a conquistare il mercato USA: Can't Buy Me Love. Fu di quell’anno la loro trionfale tournée statunitense.
Erano nella prima fase della loro stupefacente carriera, ed è cosa risaputa di quanto all’inizio avessero per modello le canzoni che giungevano da quelle terre, pertanto R&R, R&B e Soul erano le declinazioni principali della loro musica. Che la musica abbia peculiari caratteristiche è cosa nota; in varie occasioni ho avuto modo di circostanziarle.
Questa volta vedremo - sinteticamente - la sua sorprendente inversione della proprietà della simmetria. Specialmente a fronte dell’esperienza visiva (nelle più varie applicazioni geometriche), si dà per scontato che la simmetria doni stabilità, avendo insita accentuata proporzionalità e quindi intima armonia. Tuttavia, per quanto riguarda la dimensione spaziale della musica ossia le assolute altezze frequenziali – gli intervalli tra le note – è esattamente il contrario. Tutti immaginano che quando si parla o canta mediante un microfono il posizionamento di quest’ultimo sia importante per il suono finale.
Il microfono più o meno vicino e in asse alla bocca determinerà (più o meno) intensità e timbro (più o meno chiaro). Pochissimi immaginano che una delle scelte fondamentali dei chitarristi elettrici è la selezione di quale microfono sarà attivo per quella precisa parte ritmica o riff o assolo che sia. Agilità, melodicità, potenza e raffinatezza.
Queste (in ordine alfabetico) le caratteristiche che nel corso degli anni ho apprezzato di più dei solisti; non solo chitarristi, ma anche di pianisti, fiatisti ecc. Ed essendo a mia volta uno strumentista, ho tentato di acquisirle e svilupparle più possibile. Pure perché, a ben pensarci, sono le caratteristiche fondamentali che eventualmente comprendono le altre. In ordine sparso: Whole Lotta Love, Smoke On The Water, Money, Hells Bells, Aqualung, Purple Haze, Black Night, The Trooper, Black Dog, Voodoo Child (Slight Return), Iron Man, Money For Nothing, 21st Century Schizoid Man; si potrebbe continuare a lungo.
Cosa hanno in comune questi brani oltre a essere di genere Rock (più o meno duro) e di essere celebri (alcuni noti pure al grandissimo pubblico)? |
Carlo Pasceri
Chitarrista, compositore, insegnante di musica e scrittore. TEORIA MUSICALE
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Marzo 2026
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