Peraltro, la pubblicazione dell’estratto risale al 1993 e si colloca in uno snodo temporale perfetto: né troppo remoto né troppo recente. Un periodo non tacciabile (o giustificabile) per scarsa esperienza o letteratura insufficiente del tema, né ancora sommerso o influenzato dalla vulgata del web.
Il composito team redazionale comprendeva varie figure professionali: periti, ingegneri, progettisti.
In questo particolare e notevole caso, sono gli stessi autori ad ammettere di non aver spiegato sufficientemente il motivo di alcune passate asserzioni; da qui il tentativo di argomentarle facendo leva sulla scientificità matematica dell'oggetto stesso dell'ascolto Hi-Fi: la musica e gli strumenti musicali.
E invece, in una sola pagina, propedeutica alla realizzazione di un finale a valvole, finiscono per commettere molti errori marchiani.
Prima affermazione: Il suono di un amplificatore a valvole risulta più pastoso, perché amplificando una qualsiasi frequenza si generano delle armoniche pari, cioè identiche note musicali ma di ottava superiore.
Facendo la tara all’aggettivo “pastoso”*, qui le inesattezze sono ben due: gli ampli a valvole non generano a prescindere armoniche pari e, quand'anche lo facessero, queste non corrisponderebbero affatto a “identiche note di un'ottava superiore”.
Ma Nuova Elettronica ribadisce il concetto subito dopo, aiutandosi con l'illustrazione di una tastiera musicale (con relative note e frequenze) e con alcune stupefacenti operazioni aritmetiche.
Ma procediamo con le ulteriori affermazioni, prima di entrare nel merito...
Seconda affermazione: “Tutti sono concordi nell’affermare che un amplificatore a valvole ha un suono pastoso ed una corretta ed equilibrata timbrica, caratteristiche che raramente si avvertono in un amplificatore a transistor”.
Terza affermazione: «...un finale a transistor genera solo armoniche dispari.»
Al netto della drastica e fuorviante semplificazione sulla generazione delle armoniche, segnatamente con la seconda affermazione si contraddice il concetto stesso, basilare, di Alta Fedeltà: qualsiasi amplificatore che introduca armoniche supplementari (pari o dispari che siano) non fa che alterare quindi tradire la fedeltà del messaggio sonoro originario.
È un principio elementare.
A compendio delle precedenti giunge una quarta affermazione, che vorrebbe illustrare nella pratica musicale cosa accadrebbe prendendo come esempio una nota La a 110 Hz e la relativa “reazione” dei circuiti:
Quarta affermazione: “Se questa frequenza viene amplificata da un circuito a valvole, otterremo un’infinità di frequenze supplementari con armoniche pari, vale a dire: 110 x 2 = 220 Hz; 220 x 2 = 440 Hz; 440 x 2 = 880 Hz.”
Errato doppiamente.
Le armoniche pari non si ottengono moltiplicando per due il risultato precedente (procedimento che genera semplicemente le ottave superiori della nota di partenza), bensì moltiplicando la fondamentale per la serie dei numeri pari: 2, 4, 6, 8 e così via.
Ne consegue che la 6ª armonica (la terza armonica pari dopo la fondamentale) è 110 x 6 = 660 Hz, ovvero una quinta giusta sopra la seconda ottava: di fatto, la nota Mi.
Una nota che Nuova Elettronica decide poi di vituperare subito dopo, bollandola come nota "disaccordata" e attribuendola - con un'ulteriore acrobazia aritmetica - ai transistor:
Quinta affermazione: “Se la frequenza La (110 Hz) viene amplificata da un circuito a transistor, otterremo un’infinità di frequenze supplementari con armoniche dispari, vale a dire: 110 x 3 = 330 Hz; 330 x 3 = 990 Hz; 990 x 3 = 2.970 Hz.”
Ovviamente (sempre facendo la tara all'errore secondo cui, a seconda se si usino valvole o transistor, si genererebbero solo armoniche pari o dispari) anche questo calcolo è del tutto campato in aria: le armoniche dispari non si ottengono moltiplicando per tre i risultati intermedi, ma moltiplicando la fondamentale per la serie dei numeri dispari (3, 5, 7, 9...).
Insomma, solo le armoniche pari che corrispondono a potenze di 2 (2ª, 4ª, 8ª, 16ª...) producono un'ottava esatta. Le altre introducono intervalli musicali del tutto differenti: la 6ª armonica è una quinta sopra la seconda ottava, la 10ª è una terza maggiore, la 12ª replica la 6ª (ancora più acuta), la 14ª è una settima minore (calante), e così via.
Dunque, l’«illuminante» pagina di Nuova Elettronica si conclude con una compendiosa sesta affermazione:
Sesta affermazione: “La nota La emessa da un amplificatore a valvole, accompagnata da altri La posti sulle ottave superiori, ci darà un suono piacevolmente caldo”.
In meno di due righe vengono così liofilizzati tutti gli errori concettuali e matematici analizzati finora, conditi dall'uso dell'espressione - tanto soggettiva quanto opinabile - di un suono “piacevolmente caldo”**.
In definitiva, più che un'esposizione tecnica sull'Alta Fedeltà, questa pagina si rivela un singolare trattato di "armonia creativa", dimostrando come, pur di difendere a tutti i costi un mito e le proprie preferenze d'ascolto soggettive, persino la matematica delle armoniche e delle ottave possa diventare un'opinione.
Con il paradosso che, in ogni caso, si finisce per rinnegare il principio stesso della fedeltà sonora.
* Il termine pastoso rimanda all'idea di una materia morbida, densa e cedevole nata dall'amalgama di più elementi, che nell'ascolto Hi-Fi descriverebbe paradossalmente un suono "impastato", cioè privo di contrasti, di separazione strumentale e trasparenza.
A ciò si aggiunge un paradosso psicoacustico: anche concedendo l'ipotesi (falsa) che un circuito a valvole generi soltanto ottave, queste non producono alcuna "pastosità" o "morbidezza".
Trattandosi di frequenze molto più acute (percepite dal cervello come analoghe alla fondamentale), la loro aggiunta non rende il timbro morbido o caldo, ma più incisivo e brillante.
** Tra gli audiofili è invalso l’uso di attribuire alla riproduzione sonora, e ai suoni stessi, aggettivi come "caldo", "morbido" e simili, spesso considerati qualità assolute a cui ambire.
Tuttavia, se si considera che la vera Alta Fedeltà risiede nella pura trasparenza - ossia nella capacità di restituire in uscita esattamente ciò che entra senza alterazioni -, chi ricerca tali sonorità dimostra di non conoscere, o di dimenticare, la vera natura degli strumenti acustici.
Molti degli strumenti più comuni presentano infatti timbri e transienti d’attacco che sono l'esatto contrario di una resa "calda" o "morbida". Si pensi alla chitarra acustica (con corde in metallo), al pianoforte nel registro medio-alto, alla tromba (specialmente se con sordina), alla gran parte delle percussioni e, soprattutto, alla batteria. Tutti questi strumenti sono caratterizzati da transienti d'attacco estremamente rapidi e da frequenze acute e taglienti.

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