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Transition (Coltrane): il lato oscuro di A Love Supreme

18/12/2024

1 Commento

 
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​Il “dark side of the love supreme” di John Coltrane fu registrato sei mesi dopo il “lato chiaro”: ma Transition non fu pubblicato in quel periodo, solo anni dopo, e ciò ha contribuito a depotenziare il suo impatto*.
E se è vero come è vero che raramente i dischi postumi dei grandi artisti sono ottimi dischi, Transition è uno di questi.
Registrato in due sessioni: 26 maggio e 10 giugno del 1965, pubblicato nel 1970; col suo classico quartetto, McCoy Tyner al piano, Jimmy Garrison contrabbasso ed Elvin Jones batteria.
​Dunque, sei mesi dopo aver registrato il capolavoro A Love Supreme, evidentemente Coltrane ha sentito la necessità di spingersi più in là come esplorazione, ed esprimersi con più intenso pathos.
In specie quel che differenzia ed eleva il disco Transition è la carica energetica e al contempo l’equilibrio del solismo del leader, eccezionale; nonché l’assenza di riff e “invocazioni” cantate - come invece accade in A Love Supreme.
La struttura complessiva dell’opera è simile a A Love Supreme, ma ancor più impregnata di “modalesimo”, pertanto con ancor meno ortodossi cicli armonici.
La prima parte comprende il lungo e inquieto brano modale Transition, e una bellissima ballata nello stile degli anni precedenti chiamata Dear Lord**; la seconda parte è costituita da un’articolata suite modale divisa in cinque “episodi”, Prayer And Meditation: Day / Peace And After  / Evening / Affirmation / 4 A.M.
 
Transition si apre coll’omonimo brano, che raccoglie il testimone del brano più veloce e teso di A Love Supreme, la sua terza parte: Pursuance (sezione centrale).
​Dopo la replicazione di un motivo melodico in RE minore, inizia l’improvvisazione; lo scenario modale, con i blocchi di accordi di Tyner - pannelli di scene cangianti - il fluido walkin’ di Garrison e la tumultuosa batteria swing di Jones, offrono l’ideale fondale nel quale la figura del leader perfettamente a suo agio si muove e si staglia, giganteggiando.
Al quarto minuto lascia spazio al solo di Tyner, che principia in modo singolare con una reiterata frasetta tutta in levare.
Al settimo minuto e mezzo rientra Coltrane per un solo ancor più furente, pieno di sovrarmonici ed esacerbazioni di registri agite in maniera quasi scientifica, inusitate torsioni soniche: quando in medio-alto - armonici o poche note ricalcanti la modalità d’impianto - quando in medio-basso - rapide frasi tensive.
Ciò fino a oltre il quattordicesimo minuto, poi riprende il motivo iniziale per la conclusione.

Dear Lord, lirico brano medio-lento – pochi accordi e soltanto due e ampie cadenze tonali - col tenore che espone la larghissima melodia, per poi “fraseggiarla”; nel mentre il contrabbasso sul registro medio pulsa incessante, rispondendo a lui e al piano...
Segue il breve e meraviglioso solo di Tyner, di rara melodicità e intensità, pure ad accordi.
Riprende Coltrane improvvisando, per poi riesporre la melodia e portare, con una coda “sospesa”, al termine il brano.
La suite comprende nel primo minuto (sorta di intro) - dopo una piccola cellula melodica - segmenti d’improvvisazione del sax tenore senza un ritmo ciclico, con gli altri strumenti che “girano” intorno ad alcune note (FA locrio); poi un caotico tempo…
Si placa il tutto, riprendendo in maniera più ortodossa poco dopo il terzo minuto (modulando in MI minore) fin circa al settimo, dove emerge il contrabbasso suonato con l’arco (che Garrison stava già impiegando), rimanendo subito in solitudine a improvvisare (con le dita) per molti minuti…
Oltre l’undicesimo, si riprende come il primo, quindi guidati dal sax di Coltrane, per giungere nuovamente a un altro segmento, questa volta piuttosto ortodosso, per l’improvvisazione di pianoforte su un tempo rapido (LAb minore).
Dopo un paio di minuti di Tyner è Coltrane a salire al proscenio, e lo scenario ritorna a essere più intricato; gli accompagnatori generano uno sfondo affatto non mansueto e la figura che si muove di conseguenza.
Dopo qualche minuto, segnale di Coltrane (breve cellula melodica) e progressivamente tutto si ammansisce, lasciando in solitudine la batteria di Elvin Jones, che improvvisa per un po’, fino alla coda che riprende come l’intro, ma in modo più veemente per circa due minuti, per poi definitivamente “spegnersi”.

Soltanto due settimane dopo queste sessioni Coltrane rientra in studio per registrare con una band molto ampia ciò che poi si conoscerà come un album a dir poco ostico, assolutamente estremo, Ascension, andando oltre il Free Jazz, governando quasi il caos.
Pertanto, Transition è sì una transizione cronologica tra A Love Supreme e Ascension - peraltro adiacente a quest’ultimo - ma, come già esposto, è musicalmente molto più parente al primo e non una via di mezzo tra i due (o addirittura parente ad Ascension), pure come linguaggio solistico.
Ed ecco il punto dirimente: siamo nel 1965 e il Jazz modale ha ormai parecchie declinazioni stilistiche, e quella di Coltrane non è compositivamente così più rilevante di altre.
È anzitutto il suo linguaggio solistico a elevare al massimo rango le sue opere.
In Transition si distingue ulteriormente, si può ancor più apprezzare la diversità del suo linguaggio improvvisativo rispetto a quello di altri jazzisti (caso a sé l’innovatore McCoy Tyner non così distante da lui).
A differenza della stragrande maggioranza legata al be-bop o all’hard-bop, cui le linee improvvisative si basano principalmente su scale diatoniche, cromatismi e qualche arpeggio esteso di accordi, lui usa pentatoniche, traslazioni di esse e catene di arpeggi triadici, andando così a ingaggiare lo spazio musicale tramite un reticolo connettivo di note più largo, verticale, che orizzontale come gli altri.
​Il maestoso insegnamento di John Coltrane.
 
​
* Al netto che, nonostante sia soddisfacente, non gode dell’ottima produzione del precedente.
** In edizioni successive fu sostituito da Welcome e Vigil, provenienti da sessioni del giugno 1965 (10 e 16).
Il primo un brano meno ortodosso di Dear Lord; meditativo, sospeso: splendido.
Il secondo un’aggressiva improvvisazione di sax tenore e batteria che anticipa quelle più furiose e visionarie di Interstellar Space del ‘67 con Rashied Ali.
(La cosa singolare è che entrambi erano stati già pubblicati nel 1966 nel disco Kulu Sé Mama.)

1 Commento
Carlo
19/7/2025 21:13:11

Ho molta discografia ( vinili e Cd) di Coltrane , A Love Supreme per me è il massimo ma anche se più “difficile “ al secondo posto metto Ascension e lo ascolto spesso…..

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    Carlo Pasceri
    Chitarrista, compositore, insegnante di musica e scrittore.


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