Non il capolavoro Black Market, né il clamoroso Heavy Weather; e nemmeno Night Passage, che acquistai subito dopo aver assistito a Roma al loro trionfale concerto di presentazione del disco.
Dopo tanto tempo, provo a razionalizzare questa mia predilezione. Beh, di certo non è stata la copertina a suggestionarmi: non mi è mai piaciuta.
E poi le improvvisazioni, che non hanno mai la classica aria dell'"ora ci penso io": sono fluide, profondamente organiche ai brani: non si configurano come momenti di protagonismo individuale, ma restano parte integrante del discorso collettivo.
Insomma, quell’equilibrio per me imponderabile - ma da loro sapientemente calcolato (soprattutto da Zawinul, che voleva un disco più "commerciale") - fra eterogeneità e omogeneità, fra il potere ipnotico degli ostinati e la mutevolezza delle forme e delle improvvisazioni.
Pur considerando il panorama di quegli anni, non erano certo gli unici, fra i grandi musicisti, a sperimentare. Quei tratti erano già presenti nella musica nuova che andava prendendo corpo dalla fine degli anni Sessanta, alimentata tanto da alcuni rocker particolarmente illuminati quanto dalla fucina creativa di Miles Davis.
Evidentemente, però, è proprio il modo in cui i Weather Report hanno bilanciato quei tratti in Sweetnighter ad avermi affascinato più di ogni altro.
Soltanto sei brani, di varia lunghezza, costituiscono l’album.
Ad aprirlo è l'etnico e asimmetrico ticchettare di Boogie Woogie Waltz, un vero e proprio orologio ritmico che pulsa per un terzo della durata complessiva del disco.
Poi la liricità di Manolete, affidata al sax soprano di Wayne Shorter (autore del brano) che intona pochissime note, ma inserite entro i numerosi cambi armonici di Joe Zawinul e sostenute dall'inesorabile groove delle batterie di Eric Gravatt e Herschel Dwellingham; con il contrabbasso di Miroslav Vitous che risponde e dialoga con il sax e le tastiere - dalle quali qua e là affiora anche il sinth - e le percussioni di Muruga (Steven Bookvich).
Rarefatta, costruita con pochissime note di tastiere, sax e basso, accoglie anche l'apparizione del corno inglese di Andrew White. È soprattutto un gioco di colori timbrici - le percussioni di Muruga e persino il sinth (benché non accreditato) - ed è l'unica composizione priva dell'apporto delle batterie: senza groove, senza alcuna pulsazione.
La seconda parte è dominata dai groove, e 125th Street Congress - col suo hip-hop shuffle - è, sotto questo aspetto, è il brano che preferisco.
Oltre alla pura spinta ritmica generata dai due batteristi e dai due percussionisti (Muruga e Dom Um Romao), protagonisti sono il basso elettrico di Andrew White* e il sax soprano. Ne scaturisce una lunghissima (12 minuti) e sofisticata cavalcata funky.
L’evocativa, etnica e lirica Will, scritta da Vitous è - con Manolete - il pezzo che prediligo del disco.
Lo scenario sonoro è generato dalle sole percussioni di Dom Um Romao e da un ostinato di piano elettrico. Poi entrano i fiati di Shorter e White e, soprattutto, il basso elettrico di Vitous, attorno al quale il brano prende forma.
Non-Stop Home chiude l'album.
Dopo l'introduzione affidata a batteria, percussioni e tastiere filtrate, entra il basso elettrico di White, quindi il tema. Sembra un'invocazione, quasi una preghiera che si fa via via più fervida, mentre la successione degli accordi ne accresce progressivamente la tensione.
Colpisce il netto contrasto fra l'incalzare del ritmo e la solennità della melodia, resa corale dall'armonizzazione parallela delle tastiere.
Come accennato all'inizio, è forse proprio questo che più mi incanta di Sweetnighter: il suo continuo oscillare fra molteplici possibilità musicali, non generato da esitazioni, ma da una concezione estetica e poetica tanto consapevole quanto capace di una particolare immediatezza, pur senza rinunciare a una complessità destinata ad accrescersi nei dischi successivi, in grado di raggiungere indiscutibili vette artistiche.
* Aveva esordito al basso elettrico in Boogie Woogie Waltz.

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