Carlo Pasceri
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Libro Eroi Elettrici

Stratocaster vs Gibson: cronaca di un'ossessione iconografica

23/4/2026

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Da ragazzo pensavo ingenuamente che ci fosse un modello o una marca di chitarra elettrica migliore di un’altra: macché.
​Anche relativamente ai generi e all’uso c’è più di qualche difficoltà a stabilirlo, figuriamoci in assoluto.
​È noto, tuttavia, che l’iconografia abbia un ruolo predominante, influenzando vari ambiti, incluso quello musicale. Questo vale soprattutto nel Rock, dove il fascino visivo delle strumentazioni incide enormemente sui chitarristi.
Pure io, come tanti altri appassionati, fui catturato dalla potenza evocativa delle immagini associate ai miei eroi.
​Quando iniziai ad avvicinarmi al mondo della chitarra, intorno al 1977, spinto da ciò che ascoltavo e ispirato dalle immagini* che riuscivo a scovare dei miei modelli (su tutti Carlos Santana), notai presto che molti di loro imbracciavano una Gibson: chi la Les Paul, chi la SG (conosciuta anche come “diavoletto”)**.
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Gibson SG
​Il mio sogno era possederne una ma, dato il prezzo fuori portata, puntai almeno a una copia.
Alla fine, però, lasciai perdere viste le scarse qualità delle riproduzioni di allora.
Nel frattempo scoprii che Santana, nei primissimi anni '70, alternava frequentemente la SG con la Les Paul Standard e la Custom.
Arrivò persino a usare in studio, nel 1972, una Fender Stratocaster degli anni ‘50 con tastiera in acero (quella chiara), il cui suono è percepibile anche in un paio di pezzi nel disco Moonflower del 1977.
​Carlos poi adottò la particolarissima Gibson L6-S (l’unica a 24 tasti e interamente in acero), prima di approdare alla Yamaha SG 2000 mantenuta fino ai primi anni ‘80, seguita dalla Paul Reed Smith.
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Yamaha SG 2000
​Mi resi conto della Stratocaster di Santana parecchi anni dopo averne finalmente acquistata una, a metà degli anni '80.
Lo feci perché nel frattempo mi ero aperto ad altre sonorità e, per le ritmiche funky, la Stratocaster era la più usata: imbattibile.
​Dopo questa — nera con tastiera in acero — ne comprai altre due: una bianca in ontano con tastiera in palissandro e una in frassino rossa sfumata in arancione, con tastiera in acero monoblocco.
​Tutte e tre modificate.
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Carlos Santana con la Stratocaster, John McLaughlin con la SG doppio manico durante le registrazioni di "Love Devotion Surrender"
Naturalmente ciò faceva più parte della passione bulimica, di cui sono preda molti musicisti, che di reali esigenze; anche perché nel frattempo avevo acquistato Gibson Les Paul Custom, Yamaha SG 2000, PRS Custom e altre, inclusa la celebre synth Roland***.
Comunque, questo desiderio compulsivo, conosciuto come GAS (gear acquisition syndrome), mi ha permesso di giungere ad alcune conclusioni, anche grazie ai dieci anni di collaborazione permanente con una rivista specializzata dove testavo e recensivo chitarre, ampli e processori.

Il preambolo è che la stragrande maggioranza sopravvaluta tantissimo alcuni particolari costruttivi: la realtà è molto più elementare e, forse, meno accattivante per chi ama i dibattiti poco concreti.
Per le chitarre a corpo pieno (solid body), possiamo distinguere due grandi categorie principali (e una sottocategoria):
​
  1. Presenza o meno della leva vibrato (erroneamente chiamata tremolo).
  2. Quali magneti (pick-up): a bobina singola o doppia, loro numero, posizionamento e capacità combinative.
Queste sono le diversità fondamentali (ovviamente ci possono essere delle ibridazioni).
Poi c’è la lunghezza scala (il diapason) della tastiera (da non confondere col numero di tasti).

Per le solid body tali fattori, non altri, influiscono scientificamente sul timbro e sulla reattività meccanica.
Il resto, come le tipologie di legni, ha un'incidenza molto ridotta ed è soggetto a opinioni personali prive di basi scientifiche; valutazioni fatte "a orecchio" influenzate dai gusti individuali****.

​Di conseguenza, il tipo di legno della tastiera (palissandro, acero o ebano) incide sulla "suonabilità", ovvero sull'ergonomia e il comfort: ognuno avrà le proprie preferenze.
Allo stesso modo, la grandezza dei tasti, il raggio di curvatura (radius) e la forma del manico variano per soddisfare esigenze ergonomiche.
Insomma, le chitarre — un po’ come le spade o le asce — stabilite le cose fondamentali, si distinguono soprattutto per il feeling che trasmettono a chi le suona.
È una questione di sintonia che permette di raggiungere i risultati nel modo più efficiente possibile.

Prendiamo le mie Stratocaster: quella rossa sfumata ha caratteristiche tipiche degli anni ’50 (tasti stretti e manico medio).
Al contrario, la nera presenta 22 tasti molto larghi e bassi, con un raggio quasi piatto e un manico più sottile, che le dà un carattere più moderno.
​La bianca è una via di mezzo tipo anni ‘60: è la più leggera, quindi la mia preferita dal vivo.

In ogni caso, ci sono cabalistiche disamine su qualsiasi dettaglio, perfino se suoni meglio la tastiera incollata o il monoblocco; sesso degli angeli e vacuità che oggi alimentano futili discussioni.
Eppure, nemmeno il fatto che Jimi Hendrix utilizzasse esemplari di Stratocaster che pochi anni dopo furono considerati tra i peggiori prodotti dalla Fender è riuscito a scoraggiare certe sterili speculazioni.

Quindi, avanti con allegria! Basta con i tormenti infiniti che portano più oziose chiacchiere che musica:
​la provenienza del palissandro, le venature dell'acero, il tipo di colla o vernice... spropositi.
Tutto è molto più semplice.


* Anche di banali foto 50 anni fa era incalcolabilmente più difficile il reperimento.
** Eccezione importantissima: Jimi Hendrix, icona universale della Stratocaster.
*** Per non parlare di amplificatori, pedali e processori vari.
**** Molto di più è oggettivamente determinante per il timbro il tipo di plettro usato, suo materiale e spessore.
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    Carlo Pasceri
    Chitarrista, compositore, insegnante di musica e scrittore.


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