A parte che avevo cominciato a studiarla un po’ perché strimpellavo la chitarra, siccome la musica è fatta di suoni, ciò che mi affascinava erano proprio loro, ancora prima delle note.
Mi colpivano le sonorità nel loro insieme, più che la loro analisi puntuale: il risultato complessivo, fatto di timbri, dinamiche, articolazioni, altezze assolute (la tessitura con i registri bassi, medi e alti), velocità metronomiche. Era questo che mi seduceva.
Il sound ci consente di riconoscere con più immediatezza un repertorio, un genere, uno stile, un autore, persino chi esegue un assolo.
Appena finita la scuola, nei mesi estivi facevo qualche lavoretto per comprarmi pedali: wha-wha, flanger, phaser… Un paio di distorsori me li costruì il mio migliore amico dell’epoca, anche lui chitarrista e membro del mio primo gruppo. Ero un minorenne attratto dal rock, capace di suonare solo qualche scala e accordo, ma già con un piccolo arsenale di strumenti.
Era intorno al 1980, agli inizi della progressione esponenziale dell’elettronica in musica: erano trascorsi solo dieci anni dall’ultimo disco dei Beatles e dalla morte di Hendrix, e il Rock e i suoi dintorni esisteva appena da una quindicina anni.
Proprio in quel periodo le sonorità assumevano un ruolo centrale.
Da poco (1975) era in commercio il primo processore digitale, l’Eventide H910 Harmonizer, costosissimo, usato in molti modi, anche per caratterizzare i suoni percussivi. E ancora oggi si parla dell’effetto gated reverb (escogitato alla fine dei Settanta), applicato inizialmente alla batteria, poi anche esteso ad altro.
Al fruitore medio basta qualche trovata di sound per influenzare la percezione “artistica” della musica che ascolta. Spesso la ricerca di sonorità particolari è inversamente proporzionale alla qualità dei contenuti, che, anche quando ci sono, non vengono percepiti né apprezzati quanto le sonorità stesse.*
Comunque, va però sottolineato che dagli anni Novanta, con l’avvento dell’hard-disk recording (registrazioni digitali tramite computer), la spinta verso processori timbrici innovativi si è rapidamente attenuata, a favore dei software di registrazione e delle digitalizzazioni dei suoni più “iconici” dei decenni precedenti.
Da qui un’estrema semplificazione dell’offerta: pacchetti di suoni preimpostati "vintage", pure come strumentazione fisica vera e propria (chitarre, amplificatori, effetti), il tutto per simulare il più fedelmente possibile i suoni di musicisti, generi, stili o produzioni discografiche specifiche.
Oggi assistiamo a una totale torsione all’indietro: persone che inseguono vecchie sonorità, cover band che trovano in questa tendenza la risposta perfetta alle loro esigenze, e persino l’Intelligenza Artificiale, creata e istruita da noi, che segue la stessa deriva.
Troppo facile colpevolizzare l'IA o la tecnologia: siamo noi i responsabili, non un generico, disumano, “loro”, riferito agli oggetti. Non colpa dell'artificiale intelligenza ma di una nostra naturale carenza.
Del resto, la maggior parte delle persone legate al passato – così influenzate dalle sonorità – probabilmente non si è mai accorta che la prima traccia di un disco in vinile suona molto meglio dell’ultima.
* Già quasi un secolo fa, addirittura in ambito acustico e della musica classica, Schoenberg sollevava la questione del sound, prevedendo che esso avrebbe assunto un ruolo decisivo nell’esperienza musicale:
“Il sound […] ha degradato il suo significato da quando alcuni abili artigiani – gli orchestratori – se ne sono appropriati con l’intenzione di usarlo come schermo dietro cui celare la mancanza di idee. […]
Oggi è raro che il sound sia associato a un pensiero. Le persone superficiali, che non si preoccupano di cogliere il pensiero, notano soprattutto il sound”.

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