Quasi nessuna. Bastano 3.
Perché quando riconosciamo un riff, una melodia, un inciso, pensiamo di riconoscere soprattutto le note.
Spesso, invece, riconosciamo il modo in cui quelle note si muovono nel tempo. Il loro ritmo.
Succede continuamente, in generi musicali diversissimi: ascoltiamo una frase e la riconosciamo, la troviamo familiare, la apprezziamo o la rifiutiamo, senza analizzare consapevolmente che cosa stiamo riconoscendo.
Non è un'iperbole: l'orecchio riconosce prima il gesto ritmico di un brano, e solo dopo la sequenza esatta delle sue note. È una tendenza, non una legge.
Cambia alcune altezze mantenendo intatto il ritmo, e la frase resta riconoscibile.
Cambia il ritmo mantenendo le note esatte, e qualcosa si spezza.
L'identità di una frase musicale non risiede tanto in cosa suoniamo quanto in come lo disponiamo nel tempo.
Whole Lotta Love vive su appena 3 altezze racchiuse in soltanto 2 misure. TRE.
Contando solo quelle 3 note, le combinazioni possibili sono già tante: 177.147.
Un numero che sembra grande, ma è quasi ingannevole.
Appena si aggiunge il tempo - quando ogni nota inizia, quanto dura - quel numero esplode: quasi 23mila miliardi di combinazioni diverse.
Ed è ancora un punto di partenza: ammettendo una pausa in alcuni punti plausibili della frase, si arriva a circa 183mila miliardi. Otto volte tanto.
23mila miliardi - o 183mila miliardi, con le pause - in 2 misure, con 3 altezze soltanto.
Dunque, il vero limite alla creatività non è quante note si hanno a disposizione ma la loro disposizione temporale: è il ritmo - e il silenzio che lo attraversa - a decidere quasi tutto.
Il resto di questo scritto lo dimostra passo per passo, prima di tornare a questi numeri.
L'idea più diffusa, anche tra chi fa e insegna musica, è quella che più note si hanno, più si può inventare.
Ma è davvero così? Con più note, si è (necessariamente) più originali? No.
Si immagini una melodia di 10 eventi costruita con sole 8 note - la scala Maggiore, niente di più.
Quante versioni diverse si possono ottenere, ripetizioni comprese? Oltre un miliardo.
Ora si capovolga la domanda: 10 note a disposizione, ma solo 8 eventi da riempire.
Il risultato crolla a "soli" 100 milioni - un decimo abbondante in meno, pur avendo più note tra cui scegliere.
Cosa significa?
Che non è l'inventario di altezze a decidere lo spazio creativo, ma la lunghezza della frase.
Più eventi si mettono in fila - anche ripetendo le stesse note - più le possibilità esplodono.
Un riff, che di solito vive attorno alla dozzina di eventi, ha già uno spazio enorme a disposizione, anche restando su pochissime altezze.
Da qui una regola pratica per chi scrive una linea melodica: per distinguersi da tutti gli altri non servono necessariamente note nuove.
Si potrebbe allungare leggermente la frase, o semplicemente spostare una pausa.
Satisfaction e Whole Lotta Love - 3 altezze, non una di più - ne sono la prova migliore.
E le stesse altezze bastano a fare due frasi diverse? Sì.
Si prendano Do-Re-Mi-Fa-Sol.
Ora le stesse identiche 5 note, ma disposte così: Fa-Re-Sol-Do-Mi.
Stesse note, al 100%. Suonano uguali? No.
La prima è la banale scala che sale un passo alla volta.
La seconda, con lo stesso materiale, è tutt'altra cosa - un disegno decisamente più interessante.
La differenza non sta in cosa si usa, ma in come lo si dispone: la lunghezza, quante volte si ripete una nota, dove la si colloca nella sequenza.
Basta ascoltarli per capire che sono due mondi, pur muovendosi entrambi in uno spazio minuscolo di note.
E se a Satisfaction si aggiungesse un solo evento in più - da 10 a 11 - le sue varianti possibili non aumenterebbero di poco: triplicherebbero.
Tutto questo, però, è ancora un contributo minore rispetto a quello che sta per arrivare.
Perché il ritmo pesa più di ogni nota.
Un riff di 11 note in 2 misure non nasce scegliendo solo quali altezze suonare, nasce scegliendo, tra tutti gli istanti possibili in cui una nota potrebbe iniziare, quali sono gli attacchi.
In 2 misure ci sono 32 posizioni temporali disponibili, considerando una griglia di sedicesimi.
Scegliere quali 11 di quelle 32 posizioni ospitano un nuovo attacco - le altre restano il prolungamento della nota precedente - dà 129.024.480 strutture ritmiche diverse.
Settecentoventotto volte di più delle possibilità date dalle sole altezze.
Non è un dettaglio che rifinisce la melodia: è la scelta che genera la stragrande maggioranza della sua identità.
Incrociando le 177.147 opzioni di altezze con le 129.024.480 strutture ritmiche si arriva al numero da cui si è partiti: quasi 23mila miliardi.
E il silenzio, in tutto questo, dov'è?
Nel conto appena fatto, da nessuna parte: ogni istante non scelto come attacco resta comunque suono, prolungamento della nota precedente. Non è mai un vuoto.
Ma una linea melodica può “respirare”.
Per esempio, alla fine della prima misura, a metà frase e sull'ultimo accento: sono i punti in cui un silenzio, al posto di una nota, cambia tutto senza aggiungere nulla.
Quindi, basta ammettere una pausa in 3 punti plausibili della frase - a ciascuno dei quali si può scegliere se tacere o no - perché le combinazioni possibili si moltiplichino per 8: da 23mila miliardi a circa 183mila miliardi.
Chi analizza una linea melodica guardando solo le altezze vede una frazione minima - davvero minima - di ciò che la rende unica.
Chi si ferma al ritmo senza considerare le pause, ne vede comunque solo una parte.
Forse è anche per questo che ascoltatori e musicisti esplorano così poco il mondo delle altezze.
Se l'identità di una frase si gioca già nel ritmo - se bastano 3 note per essere riconosciuti, ricordati, persino imitati - il resto sembra un dettaglio su cui non vale la pena rischiare.
Eppure è proprio lì, in quello spazio lasciato quasi vuoto da tutti gli altri, che si nasconde un ulteriore margine di originalità ancora tutto da usare: basterebbe cercare anche tra inusitate combinazioni di altezze (e lunghezze delle frasi), non solo nel ritmo, per aumentare sensibilmente il potenziale di ciò che si può ancora dire di nuovo.
E probabilmente è anche per questo che l'armonia funzionale, così schematica e prevedibile, ha attraversato quasi indenne un intero secolo di musica popolare: non tanto perché mancasse lo spazio per rinnovarla, anzi, ma perché semplicemente non ne serviva così tanto. Iniettando ritmo a sufficienza, ci si differenzia già abbastanza anche restando sullo stesso materiale melodico-armonico di sempre.
P. S. In questo scritto si è volutamente semplificato molto, per rendere accessibile a chi non ha formazione musicale un ragionamento altrimenti assai tecnico. Il modello delle pause, in particolare, è una stima deliberatamente prudente: limita il silenzio a pochi punti della frase, invece di ammetterlo ovunque, dove pure sta.
Peraltro restano fuori le possibilità oltre il limite dell'ottava musicale - un'altra variabile, non meno decisiva, che allargherebbe ulteriormente, e di molto, lo spazio disponibile a ogni musicista.

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