Non riguardavano una particolare organizzazione dei suoni, ma il presupposto stesso sul quale, da secoli, si fonda la teoria musicale occidentale: la concezione dello spazio sonoro.
Il punto di partenza è la non equivalenza dell'ottava; l'approdo è una diversa idea di melodia, armonia e organizzazione delle frequenze della quale - come naturale conseguenza - la prima applicazione sistematica è una particolare struttura sequenziale che ho denominato (nel mio libro Quaderni Musicologici) Iperscala.
Ecco, con qualche adattamento, i passaggi della nostra conversazione.
Giorgio: Spiegami il principio di fondo e quali conseguenze comporta, sia sul piano teoretico sia su quello pratico.
Carlo: L'intera teoria musicale (almeno quella occidentale dall'antica Grecia fino ai giorni nostri), si fonda sul principio secondo cui due note distanti un'ottava (ad esempio Do1 e Do2, le cui frequenze sono il doppio o la metà l'una dell'altra) rappresentano la stessa nota collocata in registri differenti.
Ritengo che questa equivalenza d'ottava costituisca un'approssimazione culturale che ha finito per limitare il nostro modo di concepire lo spazio sonoro.
Metterne in discussione il carattere assoluto significa liberarsi da una consolidata gabbia concettuale.
Se l'ottava non è più considerata equivalente, lo spazio sonoro cessa di essere ciclico - la consueta "ruota" delle 12 note che si ripete indefinitamente - e diventa lineare, aperto e, almeno in linea teorica, percettivamente infinito. Ogni registro acquista così una propria identità strutturale, specifica e non interscambiabile con quella degli altri.
Giorgio: Ma questa è una tua scelta teorica? Voglio dire: è una (legittima) posizione che si oppone a una convenzione culturale e a una prassi millenaria, oppure trova riscontro anche nella realtà fisica?
Carlo: Non è soltanto una scelta teorica. Dal punto di vista della fisica, il Do1 e il Do2 non sono la stessa entità sonora: hanno frequenze e lunghezze d'onda differenti e interagiscono con lo spazio acustico in modo diverso. L'acustica li distingue senza alcuna ambiguità. Do2 non è il Do1 trasposto, bensì un evento sonoro distinto, dotato di una propria individualità ontologica.
È la teoria musicale che, per ragioni di ordine percettivo e funzionale, li considera equivalenti, identificandoli come la medesima nota appartenente a registri diversi.
Si tratta di un'astrazione estremamente efficace, ma, appunto, è un'astrazione, una semplificazione.
Questa convenzione ha logicamente ristretto lo spazio combinatorio delle composizioni e delle improvvisazioni, inducendo i musicisti a pensare il materiale sonoro come un sistema ciclico e del tutto ricorsivo, anziché come un continuum molto più esteso.
Superare l'equivalenza d'ottava significa aprire la composizione e l'improvvisazione a una diversa concezione dello spazio sonoro. Il registro - grave, medio o acuto - non rappresenta più una semplice trasposizione dello stesso materiale musicale, ma diventa un parametro strutturale essenziale.
Ne consegue una più profonda consapevolezza dello spazio acustico: ogni suono assume un'identità irripetibile, determinata non solo dai rapporti intervallari, ma anche dalla sua precisa posizione nel continuum delle frequenze e dalla particolare tessitura sonora che ne deriva.
Giorgio: Quindi anche per gli accordi vale lo stesso principio...
Carlo: Certamente. L'equivalenza d'ottava è anche il presupposto teorico del concetto di rivolto.
Secondo la teoria armonica tradizionale, traslare una nota di un accordo all'ottava superiore o inferiore ne modifica soltanto la disposizione, lasciandone sostanzialmente invariata l'identità armonica.
Dal punto di vista fisico e acustico, però, la situazione è diversa.
Ogni differente disposizione verticale redistribuisce le frequenze nello spettro sonoro, modificando le relazioni di prossimità tra i suoni, la densità timbrica, il grado di tensione e il modo stesso in cui l'accordo viene percepito.
Se invece si rinuncia all'equivalenza d'ottava, il rivolto non può più essere considerato una semplice variante dello stesso accordo, ma si configura come una struttura distinta, dotata di una propria identità sonora, dalla quale discendono conseguenze armoniche diverse da quelle implicate dal principio di equivalenza d'ottava.
In questa prospettiva, ogni accordo esiste soltanto nella precisa configurazione frequenziale in cui viene realizzato; spostarne anche una sola nota in un'altra ottava significa generare un nuovo evento acustico e, conseguentemente, una nuova entità musicale.
Giorgio: Ritorniamo alle scale, all'Iperscala...
Carlo: Tutte le scale tradizionali - maggiori, minori, aumentate, diminuite, pentatoniche e così via - sono costruite secondo il principio dell'equivalenza d'ottava: raggiunto il dodicesimo semitono, la loro struttura intervallare si rigenera identica e il ciclo ricomincia.
L'Iperscala nasce invece dal rifiuto di questa ricorsività ottavale.
È una struttura melodico-armonica che non si ricostituisce automaticamente ogni 12 semitoni, ma continua a svilupparsi oltre il limite dell'ottava, instaurando nuove relazioni tra le frequenze e trattando lo spazio acustico come un esteso continuum, non come una successione di cicli identici trasposti e ripetuti.
Questo principio può essere applicato a qualunque scala, anche a quelle appartenenti alla tradizione. L'Iperscala, infatti, non sostituisce necessariamente le scale convenzionali, ma ne propone una diversa modalità di sviluppo.
Quindi l'Iperscala non è il principio della teoria, ma una sua conseguenza; la teoria si fonda su tre assunti:
la non equivalenza dell'ottava, la natura lineare dello spazio sonoro e la possibilità di costruire strutture melodiche e armoniche non ricorsive nell’ambito ottavale.
L'Iperscala è semplicemente un’ applicazione potente e sistematica di questi principi.
Nel mio lavoro ho inoltre definito un'Iperscala madre e una sua variante.
Esse rappresentano due differenti architetture intervallari, fondate su una distribuzione simmetrica e costante degli intervalli. Le strutture non si ripetono al semplice raddoppio o dimezzamento della frequenza: le loro ricorrenze si manifestano soltanto dopo un'estensione molto più ampia dello spettro sonoro.
Ne deriva una concezione della scala non più circolare, bensì aperta e progressiva.
La percezione non è quella di un percorso che ritorna continuamente al punto di partenza, ma di uno sviluppo continuo, assimilabile a un moto a spirale o, per certi aspetti, alla superficie di un nastro di Möbius, dove continuità e trasformazione coincidono.
Giorgio: Spiega meglio.
Carlo: Nelle scale tradizionali la tonica rappresenta il "pavimento" e l'ottava il "soffitto".
Esiste una precisa gerarchia: si parte da un centro gravitazionale, ci si allontana progressivamente e, infine, vi si ritorna. L'intero percorso musicale è organizzato attorno a questo equilibrio.
Col concetto generico delle scale senza ricorsività ottavali e in particolare con l’Iperscala, questa architettura viene meno. Lo spazio sonoro assume una configurazione che ricorda, per analogia, una geometria non euclidea: non esiste più un limite naturale coincidente con l'ottava, né un punto privilegiato verso il quale tutto tende inevitabilmente.
Ogni nota può assumere, di volta in volta, la funzione di punto di partenza e di temporaneo approdo.
Ma proprio perché la struttura non si richiude dopo 12 semitoni, ogni apparente risoluzione genera immediatamente una nuova direzione. La linea melodica non conclude mai davvero il proprio cammino: continua a svilupparsi lungo un percorso coerente, ma potenzialmente senza fine.
L'ascoltatore ha così la sensazione di attraversare un territorio sonoro al contempo familiare e sconosciuto. Familiare, perché la successione degli intervalli conserva una rigorosa coerenza interna e una costante tensione direzionale; sconosciuto, perché le altezze assolute e le relazioni armoniche mutano continuamente, impedendo all'orecchio di ritrovare il tradizionale centro gravitazionale della tonica a ogni raddoppio o dimezzamento delle frequenze.
Giorgio: È un po' l'equivalente sonoro delle incisioni di Escher, dove le scale sembrano salire e scendere contemporaneamente all'infinito...
Carlo: Esattamente. Il campo sonoro è sottoposto a una continua torsione.
Si percepisce una direzione, un'intenzione, una tensione vettoriale; ma è una tensione che, paradossalmente, si risolve e al tempo stesso si rigenera. Ogni approdo coincide con una nuova partenza, e il percorso sembra avvitarsi in una spirale senza fine.
L'effetto psicofisico prodotto specialmente dalle due Iperscale è una sorta di sospensione della gravità acustica. L'ascoltatore sperimenta una sensazione di vertigine e di espansione multidimensionale: le note sembrano muoversi in uno spazio continuamente ridefinito, nel quale stabilità e instabilità convivono, mentre ogni centro gerarchico viene costantemente rimesso in discussione.
Giorgio: Insomma, non solo è possibile superare la tonalità tradizionale, ma giungere addirittura a una sorta di atonalità, ma senza dover adottare i rigidi vincoli della dodecafonia seriale di Schönberg e dei suoi successori.
Carlo: Sì, il concetto non consiste nell'annullare le relazioni tra i suoni, ma nel sottrarle al vincolo della ricorsività dell'ottava, consentendo loro di svilupparsi lungo un continuum spaziale di altezze vastissimo, percepito come virtualmente illimitato.

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