Eppure, il mio preferito è il penultimo: Visions of the Emerald Beyond.
Il motivo è semplice: rappresenta una maestosa sintesi di tutto ciò che il gruppo di John McLaughlin aveva costruito fino a quel momento, sviluppando direzioni — anche solistiche — soltanto accennate in precedenza.
Registrato in soli undici giorni nel dicembre del '74 e pubblicato nel febbraio successivo, l'album conta tredici brani, alcuni piuttosto legati tra loro, quasi confluiscono uno nell'altro, complici talvolta pure i missaggi.
Musicalmente, Visions è un potente cocktail dei tre precedenti dischi registrati in studio*.
Troviamo poderosi brani strumentali, pregni di quegli incastri ritmici e assoli fulminanti tipici di McLaughlin e Ponty, ma anche momenti di grande lirismo acustico e atmosfere quasi futuristiche.
La novità, però, è il deciso sviluppo di elementi rock, funk e vocali.
Basti ascoltare il riff nell’iniziale Eternity's Breath - Part 1, rasenta l’hard-rock, per poi virare in un funkeggiante 5/4 in Eternity's Breath - Part 2; anche gli interventi vocali sono estesi.
Nel successivo Lila's Dance - il pezzo più articolato dell’opera – dopo un’intro di pianoforte, mahavishnuniano arpeggio di chitarra e intrigante groove di Narada: due misure di 5/8 da antologia.
A 45’’ una bellissima sezione contrappuntistica di 5 misure di 7/16 che “spinge” tanto in avanti, per poi planare nell’arpeggio iniziale e far principiare l’onirico intervento solistico di Ponty.
Segue transizione di chitarra e basso funky-bluesy, per poi sfociare in un furioso assolo del tutto pentatonico di McLaughlin su un asimmetrico shuffle.
Per converso, poco più di un abbozzo funk il seguente Can't Stand Your Funk.
Le complesse linee melodiche che s’intersecano nell’acustico e stupendo racconto di Pastoral, principiato dalla chitarra di McLaughlin, per poi proseguire in modo sempre più sorprendente e moderno, defluiscono in un altro tanto breve quanto imprevedibile brano, Faith, in cui l’umore diviene ben più teso, elettrico, quasi apocalittico, per poi avere una transizione “pensosa” di chitarra elettrica in solitudine, ma che gradualmente s’innervosisce, invitando la ritmica a partecipare per un travolgente finale.
Cosmic Strut è l’unico pezzo non scritto dal leader, è un funk di Narada, che si segnala soltanto per il ritmo dispari e il solo di McLaughlin, piuttosto notevole e inconsueto, con un luminosissimo inserto out a 1’29’’.
Il seguente If I Could See, breve ma articolato, assai ieratico, all’inizio cantato per poi essere strumentale e sempre più incisivo, è come un’introduzione all'impetuoso riff in 7/4 di Be Happy, in cui la ritmica e i solismi si scatenano.
Earth Ship è una ballad tra le meno convenzionali si possano immaginare, cantata, delicatissima, ma con un’insistente - asimmetrica e serrata - pulsazione ritmico-melodica, e con uno speciale intervento solistico di McLaughlin.
Segue la quasi totale improvvisazione di Ponty nell’atipico Pegasus: solipsismo “spaziale”, atmosfera ai massimi livelli, ma che si connette perfettamente alla brevissima composizione cameristico-bartokiana per archi seguente, Opus 1.
Il disco termina con On The Way Home To Earth, dominato dall’improvvisazione di chitarra e dalla batteria; non riuscitissimo, poche idee, senza picchi particolari, solo nella parte conclusiva diviene più interessante.
* Il live Between Nothingness & Eternity fu un disco particolare per più di un aspetto.
** Peraltro scarsissima presenza di tastiere (accenni di pianoforte e piano elettrico), assenza di sintetizzatori; elettrificati solo chitarra, violino solista e basso.

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