Trovo assai utile iniziare concependo la musica in modo parecchio semplice, tanto basico e macroscopico quanto efficiente; un approccio che, per certi versi, molti potrebbero trovare sorprendente.
Che si tratti di una garbata canzone tonale di Elton John o di una dura e abrasiva dei Deep Purple, di un martellante funk modale di James Brown o di un complicato riff della Mahavishnu Orchestra, quasi mai si sfugge al concetto di centro e periferia dello spazio sonoro.
In realtà, la presenza di un centro e di una periferia è una prerogativa che accomuna anche tutta la musica modale: dal canto gregoriano alle composizioni di Miles Davis, fino alla musica etnica extra-occidentale.
Ciò che fa realmente la differenza, in modo altamente strategico e profondamente estetico, è il grado di tensione verso il centro (la nota fondamentale*) o, al contrario, verso la periferia.
Le convergenze e le divergenze rispetto a questa nota centrale possono essere realizzate — e lo sono state nel corso del tempo — attraverso numerosi approcci: supportate da armonie accordali o da contrappunti melodici, marcate da una grande mobilità o da una ferma insistenza.
Il significato del discorso musicale emerge proprio nell'identificazione del nucleo centrale di attrazione e dei suoi satelliti, con le loro varie gerarchie, ruoli, cuspidi e aree grigie; la definizione dell'argomentazione musicale e il suo sviluppo risiedono interamente qui.
Ne deriva uno scenario alternativo, basato sulla ricerca di una forma di sospensione o sulla creazione di un'ambiguità estrema intorno alla potentissima nota principale, quella che esercita la maggior forza attrattiva. Per raggiungere tale scopo, esistono diversi criteri validi.
Storicamente, l'approccio più antico è anche il più semplice dal punto di vista concettuale (al limite del banale e discutibile sul piano ontologico): consiste nell'alternare molto velocemente diverse note di attrazione, creando con schemi armonici molteplici centri tonali in rapido mutamento.
Tra gli esempi più celebri spicca il vertiginoso Giant Steps di John Coltrane.
Al contrario, il percorso più sistemico e rivoluzionario è quello della Dodecafonia di Arnold Schoenberg, senza dimenticare il fondamentale contributo del Free Jazz di Ornette Coleman.
Facendo la tara alle due strutture scalari** più mutevoli di tutte, la Cromatica e l'Esatonale — nel senso che basta percorrerle pedissequamente affinché ogni nota enunciata assuma il ruolo di fondamentale — si può riuscire nell’impresa di sottrarsi al gioco attrattivo di una nota (che conduce invariabilmente a una soluzione scontata e prevedibile, da molti preferita).
Selezionando in modo estremamente accurato gli intervalli si evita che la struttura conduca automaticamente a conclusioni canoniche.
Ecco un brevissimo esempio di pura linea melodica di questo tipo:
Dunque, pure impiegando la più abusata delle scale, la Maggiore (magari di DO, però iniziando da una nota diversa) e sfruttando perlopiù i tradizionalissimi intervalli di terze e seconde, ecco che più di una nota può essere percepita come fondamentale; un effetto parecchio inusuale.
* Diffusamente si usano i termini tonica per designare la prima nota di una scala e fondamentale per quella da cui si forma un accordo; io preferisco usare fondamentale in entrambi i casi (differenziandomi dalla convenzione). "Tonica" mi piace poco: anche etimologicamente la trovo strana e poco attinente (tensione/tono); propendo per "fondamentale" anche per indicare la nota matrice di una scala giacché ne chiarisce immediatamente il valore e il senso.
** Tra le scale più comuni - che hanno più di una classe d’intervallo e non sono simmetriche - la pentatonica anemitonica (usata nel Blues e in tantissimo altro) è quella che offre più eccentricità e meno effetto centripeto verso una fondamentale.



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