Un jazzista che sin nei primi anni Settanta si era brillantemente ibridato col Jazz-Rock e la Fusion, generando dischi di notevole spessore.
È parecchio conosciuto anche dagli ascoltatori di Rock e dintorni giacché, sin da quegli anni, Brecker fu attivissimo come session man, suonando in tantissimi dischi della più eterogenea natura. Conosciuto e apprezzato specialmente per quelli dal vivo di Frank Zappa (Zappa in New York - 1978) e Joni Mitchell (Shadows and Light - 1980).
Ciò principalmente per due motivi: il suono – piccolo e talvolta “lamentoso”* – e la troppa schematicità nell’architettura dei soli - divisi tra linee assai rapide e aggressive e, appunto, “lamenti” nel registro medio-alto/alto.
Insistette tanto in questa scissione un po’ manichea, peraltro ripetendo assai alcuni suoi pattern; pertanto, a me risulta sempre troppo prevedibile (cosa che molti al contrario apprezzano); usò poco il fraseggio “medio”, per così dire. Ma anche per questo tra i più riconoscibili in assoluto.
Come accennato i più lo conoscono mediante quei dischi di Zappa e Mitchell, ma lui fece sin da quel tempo cose più importanti. Innanzitutto, a metà dei Settanta col suo gruppo Brecker Brothers (co-leader con suo fratello Randy – altro eccellente musicista, trombettista e compositore), poi entrò negli Steps Ahead**, capitanati da Mike Mainieri: magnifico gruppo Fusion dei primi Ottanta nel quale militò per quattro anni (1983/’86) e tre dischi.
Comunque si fece conoscere all’alba dei Settanta coi Dreams, sorta di risposta ai Blood Sweat & Tears e Chicago: due buoni dischi al loro attivo (Dreams e Imagine My Surprise – 1970 e ‘71), cui erano presenti oltre a suo fratello Randy, John Abercrombie, Don Grolnick e Billy Cobham.
La sua carriera come leader fu avviata solo nel 1987, con l’omonimo disco, seguito nel 1988 da Don’t Try This at Home e nel 1990 da Now You See It… (Now You Don't). Tutti più jazzy sia rispetto a quelli con gli Steps Ahead sia soprattutto a quelli dei Brecker Brothers, molto funky.
Questi suoi primi tre dischi solisti sono imperdibili, un modernissimo Jazz ibridato elegantemente qua e là anche con suoni sinth (a quel tempo usava pure l’EWI, specie di Lyricon evoluto quindi un sintetizzatore controllato a fiato). Di livello stellare le personalità che collaborarono ai primi due dischi: Herbie Hancock, Pat Metheny, Jack DeJohnette, Mike Stern, Charlie Haden, Peter Erskine.
Ai primi tre ne seguirono altri cinque (più uno dal vivo), tutti di gran rango; nel frattempo, nel 1992, insieme col fratello rifondò i Brecker Brothers.
Pubblicarono due ottimi dischi: The Return Of The Brecker Brothers (‘92) e Out Of The Loop (‘94), Funk strumentale alla loro maniera aggiornato con l’elettronica.
Michael Brecker ha lasciato un segno indelebile, un sassofonista con cui i suoi coevi e successori hanno dovuto fare i conti, costretti a misurarsi con lui perché tra i più personali e influenti. Anche per il suo enorme e trasversale successo: in virtù delle sue estesissime collaborazioni sia nel mondo della “canzone” sia in quello della musica strumentale, perciò sia tra i fruitori rock sia tra gli “addetti ai lavori” (musicisti e giornalisti) della musica strumentale più moderna; e saperlo anche ottimo compositore ha ancor più accresciuto, giustamente, la stima nei suoi confronti.
* Non a caso anche il suono - il modo di suonare - di un altro storico sassofonista come Jan Garbarek mi piace poco: suono e modo di suonare sono, in questo caso specifico, particolarmente intrecciati: una cosa influenza l’altra.
** Prodromo di questo gruppo fu Steps, sempre con Brecker.

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