Carlo Pasceri
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Libro Eroi Elettrici

L'ambiguità del suonare a orecchio: fra esecuzione e percezione musicale

17/1/2026

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Mille e più volte ho sentito o letto, riferito a musicisti spesso famosi, che “suonano a orecchio”.
Ma cosa significa davvero?
Che non sanno scrivere o leggere la musica?
Che ignorano del tutto la teoria musicale, le scale, gli accordi e tutto il resto?
Attorno al suonare “a orecchio” circolano molti equivoci: si confondono piani diversi, capacità differenti e aspetti distinti. Spesso si associa questa espressione a una sorta di “illuminata ignoranza” romantica.
In realtà, chi sostiene che suonare a orecchio equivalga a una pressoché totale ignoranza musicale sbaglia.
​Comincio tentando di chiarire l’argomento in modo semplice e diretto, iniziando da me: so leggere e scrivere la musica, eppure quasi sempre suono a orecchio.
Lo stesso fanno musicisti immensamente più importanti: Miles Davis, John Coltrane, Pat Metheny, Herbie Hancock, John McLaughlin.
Li avete mai visti leggere la musica durante i concerti? No. E dunque sì: suonano a orecchio.
​
Leggere la musica non è “teoria”: è memoria
Saper leggere e scrivere la musica riguarda principalmente la memorizzazione.
Invece di imparare una parte ascoltandola e ripetendola decine di volte, la si legge e la si ricorda come accade con un testo scritto (poesia, discorso ecc.).
È un mezzo potentissimo per comunicare rapidamente ed efficientemente tra musicisti.
È evidente che più una musica è complessa e articolata, più è utile saper leggere il pentagramma*.
La lettura serve innanzitutto all’esecuzione.
Solo in seconda istanza, a fronte di adeguate acquisizioni di competenze relative alla teoria melodico-armonica, può agevolare l’analisi compositiva o improvvisativa.
Perciò saper leggere la musica riguarda soprattutto l’ambito esecutivo, non necessariamente quello teorico-creativo. Sono due aspetti del tutto differenti. Lo dimostra il fatto che la stragrande maggioranza dei musicisti classici — eccellenti lettori-esecutori — non compone né improvvisa.
​
Suonare a orecchio significa suonare a memoria
Suonare a orecchio significa, in sostanza, suonare a memoria.
E questo include anche la capacità di riconoscere strutture musicali precedentemente apprese — frasi melodiche, accordi, ritmi, forme — e richiamarle cognitivamente quando occorrono.**
Per imparare un brano senza spartito, si decodificano le parti a orecchio: si cerca di percepire con precisione ciò che si ascolta, per poi riprodurlo (al netto che lo si trascriva o no).
Ovviamente le abilità (cioè gli "orecchi") non sono uguali per tutti.
Ecco perché associare il suonare a orecchio al livello di istruzione musicale è una rozza semplificazione;
comunque chi fa musica interamente a orecchio possiede almeno i rudimenti teorici, oltre, naturalmente, a competenze pratiche.

​Per fare musica non basta “sentire”: serve sapere
Per fare musica bisogna imparare accordi e scale***.
Non solo come si chiamano e come si suonano, ma le loro strutture, come funzionano, quali relazioni hanno fra loro, come si collocano nello spazio e nel tempo musicale e quali effetti producono.
Esistono livelli infiniti di consapevolezza e comprensione del funzionamento musicale.
Più si conosce la teoria, più si diventa capaci di sviluppare ed esprimere le proprie potenzialità creative.
Saper leggere e scrivere la musica aumenta l’efficienza di tutto questo processo.
Non va però automaticamente correlato il livello di istruzione con il livello qualitativo, creativo.
Certo, storicamente, chi compone musica complessa possiede quasi sempre una formazione elevata;
ma non c'è necessariamente reciprocità; chi crea musica molto semplice (però magari originale) può "permettersi" di essere meno istruito, tuttavia può essere erudito tanto quanto coloro che si esprimono in maniera più complicata.
​​
​Ricapitolando
Suonare a orecchio non significa essere musicalmente ignoranti.
L’espressione, così come viene diffusamente usata, è generica e priva di reale significato.
È possibile suonare a orecchio musica complessa — Jazz, Jazz-Rock ecc. — senza leggere la musica: per l’esecuzione basta una buona memoria, non necessariamente una grande sapienza teorica.
Diverso il discorso per i compositori e gli improvvisatori, che raramente sono privi di una profonda istruzione.
Lo stesso vale per i generi più semplici (Pop, Rock, Funk), tuttavia si può comporre o improvvisare in questi senza grande sapienza, ma non esiste il “perfetto ignorante” che crea opere grandi solo grazie al genio.
Il grado di istruzione — e il saper leggere e scrivere la musica — è il coefficiente moltiplicativo delle potenzialità esecutive e creative.
Chi è poco istruito, pur avendo magari occasioni di grande originalità, spesso non riesce a svilupparsi o rinnovarsi granché: la vena creativa si esaurisce presto, ed è condannato a ripetersi.
​​
​* Saper leggere è utile anche solo per concepire e memorizzare una parte, senza eseguirla in tempo reale.

** Dall’Enciclopedia Treccani:
il funzionamento della memoria fa riferimento a un insieme complesso di processi in cui sono coinvolte anche altre funzioni cognitive come l’attenzione, la percezione e tutte quelle abilità che hanno a che fare con l’intelligenza generale. I processi specificamente mnestici sono la codifica delle informazioni, l’immagazzinamento, il consolidamento e il ricordo.

*** L’elemento ritmico-temporale è a parte, essendo alla base stessa dell’atto musicale.
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    Carlo Pasceri
    Chitarrista, compositore, insegnante di musica e scrittore.


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