Pubblicato nel 1972, uscì inizialmente soltanto per il mercato giapponese. Si tratta di un doppio album.
Per anni, questo lavoro ha assunto un’aura quasi leggendaria, diventando una sorta di chimera per gli appassionati occidentali.
Solo molto tempo dopo lo scioglimento della band, l’album sarebbe tornato progressivamente disponibile, prima attraverso ristampe giapponesi e poi tramite successive edizioni internazionali.
In parte, comunque, i suoi contenuti erano già noti: alcuni brani, seppure pesantemente editati, furono infatti inseriti nel secondo, celebre e apprezzatissimo album del gruppo, I Sing the Body Electric (1972).
In Live in Tokyo, quelle stesse esecuzioni vengono presentate nella loro versione estesa, così come furono suonate in quella memorabile serata, insieme ad altre composizioni che ampliano ulteriormente la portata del progetto.
Stimolato forse anche dall’opportunità di impressionare l’austero pubblico giapponese, il gruppo riversò nei brani un’esplosione di sinergia jazzistica e improvvisativa.
Il repertorio era costruito su pezzi dall’apparato tematico essenziale, talvolta ridotto a poche battute melodiche, che si espandevano rapidamente in slanci collettivi.
Molti brani vennero eseguiti come suite, concatenandosi fluidamente l’uno all’altro.
Va ricordato che questa estetica — astratta e tesa, atmosferica ma al tempo stesso densa di improvvisazioni — si manifestò soprattutto nei primissimi dischi del gruppo, fino al successivo Sweetnighter del 1973, album in cui i Weather Report cominciarono a intraprendere una via più diretta, ricorsiva e accessibile, benché sempre ammaliante.
Live in Tokyo offre dunque una meravigliosa congerie di vitalità gorgogliante e profluvi sonori.
Con pochi punti di riferimento formali, appena accennati, si genera un dialogo collettivo in tempo reale: vengono forniti profili, tessiture basiche, qualche tratto e colore; poi ciascun musicista dipinge la propria parte, cercando di amalgamarsi con il contributo degli altri.
Questa è una procedura tipicamente jazzistica, aumentata dall'elettrificazione: ciò che Miles Davis aveva inaugurato proprio con Shorter sul finire dei Sessanta e consolidato poco dopo anche con Zawinul.
I Weather Report e la loro musica modale, fluida, con metriche e ritmi non complicati, senza diffusi riff e complessi unisoni: tutti fattori che dalla Mahavishnu Orchestra in poi s'imposero nel codice genetico del Jazz-Rock.
Dunque loro l'altra faccia della medaglia, quella direttamente discendente dalla musica di Davis, specialmente quella da In A Silent Way in avanti, giungendo a essere, segnatamente in quest'opera, assai aderente a quella del trombettista dei concerti e dischi del 1970.
Ma con alcune differenze e peculiarità.
A parte che, malgrado sempre accreditato, Miroslav Vitous nel disco suona solo il contrabbasso (a volte col wha-wha) e non pure il basso elettrico (come invece fece estesamente Dave Holland) - nei dischi di Davis non c'è swing con walkin' bass e ci sono notevoli ed estremi inserti free, mentre in questo disco il contrario: c'è swing e walkin' e pochissimo free radicale**.
In ogni caso, non bisogna dimenticare che Shorter e Zawinul contribuirono in modo decisivo, anche come compositori, alla musica di Davis negli anni immediatamente precedenti.
Dunque: anelli di retroazione, influenze reciproche, idee che si trasformano e ritornano accresciute.
Ogni risultato diventa il punto di partenza per ciò che seguirà.
I protagonisti si alimentano e si ridefiniscono reciprocamente nel processo creativo, attraverso un dialogo continuo — anche a distanza — nel quale l’identità artistica dell’uno si riflette e si arricchisce in quella dell’altro.
Ecco, Live in Tokyo si potrebbe definire così.
*Joe Zawinul: pianoforte e piano elettrico; Wayne Shorter: sax soprano e tenore; Miroslav Vitouš: contrabbasso; Eric Gravatt: batteria; Dom Um Romão: percussioni.
** Altresì, in molti dischi dal vivo di quegli anni, anche in generi differenti — compresi quelli di Davis pubblicati nello stesso periodo, come quelli registrati ai due Fillmore e al Cellar Door — la musica è spesso aggressiva, tensiva, poco o nulla rilassata e atmosferica. In Live in Tokyo, invece, emergono ampi spazi anche in questa direzione: una delle caratteristiche più significative dell’album.

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