Nel senso che la sua arte riflette una grande molteplicità di aspetti diversi e cangianti - pure in netto contrasto - perché ispirato da una pletora di elementi, da tutto ciò che lo ha profondamente influenzato nel corso della sua carriera.
Assimila, trattiene, rielabora una quantità impressionante di stimoli per restituire, con una creatività e fantasia straordinarie, sintesi che abbracciano una vasta gamma di caratteristiche eterogenee.
Pure perché, dagli anni Sessanta in poi, la sua poliedricità non si manifesta semplicemente nel succedersi delle fasi stilistiche (quella bebop tonale, cool, modale ecc.), ma nelle fasi stesse, in un prodigioso flusso accumulativo sempre aggiornato di stimoli e idee nuove.
Infatti, anche soltanto considerando l’arco temporale degli otto anni che vanno dal 1968 al suo ritiro del 1975 (per poi rientrare nel 1981), quello che viene definito il periodo della sua “svolta elettrica” (spesso non adeguatamente analizzato), si incontrano musiche tanto varie quanto portentose.
In questa fase si passa da continui intrecci di ritmi, temi e sviluppi, ad astrazioni minimali e silenzi enigmatici.
Da lussureggianti stratificazioni di riff, timbri striduli con wah-wah o ronzanti vibrazioni di basse frequenze provenienti da organi e clarinetti bassi, strani suoni di percussioni e dispositivi elettronici che accentuano ciclicità e ossessività, a ineffabili melodie, armonie con centri tonali sinuosi e imprevedibili che si espandono sorprendentemente, in modo segreto, dando vita a musiche inusitate.
Terragni muri di note ritmiche, suoni “psichedelici”, cosmiche visioni centrifughe, potentissime propulsioni improvvisative free, delicate melanconie sussurrate.
Sicuramente il periodo Bitches Brew - quello del celebre doppio album registrato nell’agosto del 1969 (pubblicato marzo ‘70) - fu quello più di “svolta”; col senno di poi, grazie ai numerosi dischi pubblicati successivamente e risalenti a quell'epoca o immediatamente successivi, emerge chiaramente quanto fosse un periodo straordinariamente fertile.
E non soltanto, com’è naturale che sia, è il prodromo dell’attività successiva, terminata coi famosi concerti giapponesi del 1975 immortalati nei doppi dischi Agartha e Pangea, ma anche quella dei decenni appresso.
Konda è un lunghissimo brano registrato nel maggio del 1970, a latere delle registrazioni di A Tribute to Jack Johnson (disco mediamente assai sopravvalutato), ed è una perla rimasta nascosta fino al 1981, finalmente pubblicata nell’album Directions**.
La prima è la sua struttura, nonostante si tratti di un pezzo dalla durata di quattordici minuti, dove peraltro non compaiono i convenzionali assoli: tema e a partire dal nono minuto emersione d'interventi solistici dialoganti tra piano elettrico e chitarra elettrica, entrambi filtrati attraverso l'effetto wah-wah, per poi concludere con la chitarra più improvvisativa.
La composizione si sviluppa attorno a un motivo tematico parecchio essenziale, né complesso né esteso, ma che dura ben nove minuti; ed è costituito da un limitato numero di note ma che, con assoluta maestria, sono tanto lievemente quanto continuamente variate da Miles.
Etereo e pulsante al contempo***, Konda è un pezzo dal vigoroso carattere ritmico e melodico, arricchito da eleganti armonie, espresse dal piano elettrico di Keith Jarrett e dalla chitarra (talvolta filtrata dal wha-wha) di John McLaughlin; a completare il quadro, spicca il particolare stile percussivo di Airto Moreira.
Il pezzo richiama alla memoria la musica di Hermeto Pascoal, sia per l'inconfondibile impronta brasiliana delle percussioni di Moreira (tra cui il tipico berimbau) sia per la sua atmosfera idillica.
Un “ambiente” simile lo si ritrova nei tre brevi, intimi e incantevoli brani registrati in studio da Davis per l'album Live-Evil, appena un paio di settimane dopo la realizzazione di Konda****.
Un'altra peculiarità è l'assenza del basso; la batteria di Jack DeJohnette entra con finezza nella seconda parte del brano, dopo il nono minuto, dopo la conclusione dell'interminabile melodia di Davis, cedendo il proscenio a Jarrett e McLaughlin.
La melodia fu parzialmente doppiata, apparentemente da un altro strumento a fiato: non è dato sapere se questa operazione fu prima compiuta davvero e poi optato per altro, o effettuata direttamente in sede di post-produzione (peraltro si avvertono alquanto chiaramente un paio di “incollaggi”): in maniera molto raffinata procedettero al doppiaggio in special modo all’ottava inferiore del suonato del trombettista.
Anche per questo Davis, supportato da Teo Macero, prese ciò che nel Rock si era compiuto e si stava compiendo: segnatamente si rammenta il clamoroso assolo su King Kong pubblicato nel 1969 in Uncle Meat delle Mother of Invention di Frank Zappa, ove c’è il costante doppiaggio all’ottava inferiore dello strumento a fiato.
Invece in Konda non è sempre presente, variano i timbri, le armoniche, forse per emulare un vero doppiaggio; per ottenere un risultato simile probabilmente ricorsero al dispositivo più avanzato e specializzato disponibile all’epoca, il Conn Multi-Vider.
Questa linea infinita si adagia su un denso tessuto armonico dal ritmo pulsante, nonostante l’assenza di basso e batteria.
Successivamente emerge un dialogo solistico simultaneo tra piano elettrico e chitarra elettrica, strumenti che, peraltro, hanno presentato una notevole similitudine timbrica.
Ne risulta una forma musicale di ampissimo respiro, articolata in due grandi sezioni (A + B), caratterizzata da contenuti originali.
A rifinire il tutto contribuisce l’uso virtuosistico particolarmente ad hoc del processore di ottave.
Insomma, Miles Davis non si smentisce, pure con questo brano dimenticato manifesta una concezione della musica, una personalità artistica, eccezionale.
La sua capacità di assorbire idee provenienti dai contesti più diversi e di rielaborarle attraverso un incessante processo di destrutturazione e ricostruzione rappresenta uno dei tratti più distintivi della sua estetica e poetica musicale.
Il risultato è una musica che sfugge alle convenzioni e si rinnova costantemente attraverso soluzioni imprevedibili e originali.
* L’ascendente è l’assai meno celebre Sun Ra.
** Una versione leggermente più lunga si trova nell’interessante The Complete Jack Johnson Sessions: ci sono un paio di minuti d’introduzione con protagonista Jarrett.
*** Per l’andamento ternario può rammentare Footprints di Shorter, e per la rarefazione In a Silent Way di Zawinul.
**** Little Church, Nem Um Talvez e Selim (questi i titoli, benché specialmente gli ultimi due sembra uno stesso brano diviso in due parti), in una specie di virtuoso cortocircuito preconizzano alcune musiche di Zawinul e Shorter, specialmente coi primi Weather Report.

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