L’omonimo (Jaco Pastorius) del 1976, Word Of Mounth (1981) e Invitation (1983).
Quest’ultimo, per molti versi, è particolare, a cominciare dal fatto che è registrato dal vivo.
Il disco è parecchio eterogeneo, ed è costituito in massima parte da arrangiamenti** di brani altrui, spaziando tra pezzi alquanto articolati e altri assai brevi, per un totale di undici tracce.
Sono presenti due inediti, Soul Intro (introduzione a The Chicken) e Reza (nel quale è incorporato Giant Steps); a questi si affiancano due composizioni già note: Continuum, tratto dal suo primo album solista, e Liberty City, presente nel secondo.
Il cuore pulsante della big band è costituito da Bob Mintzer ai sassofoni, Randy Brecker alla tromba, Peter Erskine alla batteria, Don Alias alle percussioni e Othello Molineaux al steel drum. A questi si aggiunge come ospite speciale l’eccezionale Toots Thielemans all’armonica a bocca.
Il resto del gruppo è composto interamente da fiatisti, tra cui spiccano figure di rilievo come Paul McCandless, membro degli Oregon (riportato nei crediti anche nelle edizioni più recenti dell’album come “McCandliss”), e il trombettista Jon Faddis.
Pur assumendo atteggiamenti da tipica rockstar, con comportamenti spesso esagerati, farseschi e non di rado al limite dell’illecito penale dentro e fuori dal palco, Jaco Pastorius è sempre rimasto, musicalmente, un jazzista puro. Questo album ne è l’ennesima dimostrazione. Non tanto per il repertorio in sé, che include comunque grandi standard jazz come Invitation, Sophisticated Lady e Giant Steps, ma per quanto l’improvvisazione sia presente e in che maniera.
Dagli scarsi trenta secondi del riff in 11/8 di Eleven dove Erskine interagisce con alcuni fill, al suonare in solitario di Jaco in Amerika, come pure in gran parte di Continuum (ove il tema è ripreso solo al termine), o in duo con Thielemans per quasi tutto il pezzo. In Reza/Giant Steps, invece, la scena si sposta verso un panorama etnico afro-indiano americano: inizialmente è Faddis a emergere, seguito da Erskine e Alias - con una breve incursione del bassista - mentre il nucleo principale di Giant Steps è affidato a Molineaux.
L'eterogeneità di questo disco si manifesta grazie a molteplici fattori distintivi.
L'improvvisazione non segue pedissequamente il tradizionale schema di solisti che si alternano dopo l'esposizione melodica, come spesso avviene anche nel rock; poi ci sono brani sia tonali sia modali sia ibridazioni (Invitation e The Chicken); altresì i ritmi variano dalla matrice etnica di Reza a quelli dispari di Eleven, passando per strutture binarie, swing e la sua intrigante fusione terzinata soul/r&b di Soul Intro e Fannie Mae.
Questa canzone della fine degli anni Cinquanta (che ebbe successo e subito altre versioni) merita una breve chiosa, anche solo per il fatto che è cantata, per giunta, da Pastorius.
L’arrangiamento è ben bilanciato, con i fiati che rimangono sullo sfondo e l’armonica che “svolazza” solisticamente, muovendosi agilmente sul rapido ritmo shuffle, esposto – com’è suo solito - con precisione e trascinante energia da Erskine.
Non dovrebbe sorprendere la presenza di un brano simile nel repertorio di Pastorius, considerando che già nel suo album di debutto aveva coinvolto i cantanti Sam e Dave per il pezzo Come On, Come Over.
Del resto The Chicken fu un singolo strumentale di James Brown, composto dal suo sassofonista.
I brani più interessanti sono Invitation, The Chicken e Reza/Giant Steps/Reza (reprise).
Insomma, Invitation da un lato conferma l’attitudine del leader alla grande varietà musicale, che ha sempre saputo coniugare con straordinaria qualità senza scadere nella dispersività, evitata grazie pure a un ben definito e costante stile bassistico. Altresì ciò è dato anche dalla scelta di collaboratori di altissimo rango, che hanno saputo offrire quei contributi che superano le canonicità stilistiche, elevando così il pregio del progetto e al contempo conferendogli una grande coesione.
Però, da un altro lato, Invitation testimonia che in tanti anni Pastorius si è poco mosso: questo disco si presenta come un compendio dei due precedenti (e sicuramente non ha fatto di meglio dopo), con un particolare e apprezzabile uso dell’amplissima sezione fiati e dei solisti.
Spicca, su tutti, l'eccezionale contributo del già menzionato Erskine.
** I crediti per gli arrangiamenti sono ufficialmente attribuiti a Pastorius stesso, con l'eccezione del brano "Invitation", accreditato al sassofonista e compositore Bob Mintzer (futuro membro dei Yellowjackets). Tuttavia, secondo diverse testimonianze all'interno dell'entourage, il copista Larry Warrilow avrebbe ricoperto il ruolo di co-arrangiatore (sebbene in seguito lui stesso si schermì, minimizzando questo aspetto).

Feed RSS