Carlo Pasceri
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Invitation, un viaggio musicale con Jaco Pastorius

19/4/2026

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​Jaco Pastorius, nell'arco della dozzina d'anni in cui si impose come una delle figure più straordinarie della scena musicale (dalla metà degli anni Settanta fino alla sua tragica scomparsa nel settembre 1987), pubblicò solo tre album a suo nome in veste di unico leader*.
L’omonimo (Jaco Pastorius) del 1976, Word Of Mounth (1981) e Invitation (1983).
Quest’ultimo, per molti versi, è particolare, a cominciare dal fatto che è registrato dal vivo.
Fu il risultato della selezione di brani tratti da tre concerti del tour in Giappone effettuato nell’estate del 1982 con una big band di 21 elementi (compreso lui).
Il disco è parecchio eterogeneo, ed è costituito in massima parte da arrangiamenti** di brani altrui, spaziando tra pezzi alquanto articolati e altri assai brevi, per un totale di undici tracce.
Sono presenti due inediti, Soul Intro (introduzione a The Chicken) e Reza (nel quale è incorporato Giant Steps); a questi si affiancano due composizioni già note: Continuum, tratto dal suo primo album solista, e Liberty City, presente nel secondo.

Il cuore pulsante della big band è costituito da Bob Mintzer ai sassofoni, Randy Brecker alla tromba, Peter Erskine alla batteria, Don Alias alle percussioni e Othello Molineaux al steel drum. A questi si aggiunge come ospite speciale l’eccezionale Toots Thielemans all’armonica a bocca.
Il resto del gruppo è composto interamente da fiatisti, tra cui spiccano figure di rilievo come Paul McCandless, membro degli Oregon (riportato nei crediti anche nelle edizioni più recenti dell’album come “McCandliss”), e il trombettista Jon Faddis.

Pur assumendo atteggiamenti da tipica rockstar, con comportamenti spesso esagerati, farseschi e non di rado al limite dell’illecito penale dentro e fuori dal palco, Jaco Pastorius è sempre rimasto, musicalmente, un jazzista puro. Questo album ne è l’ennesima dimostrazione. Non tanto per il repertorio in sé, che include comunque grandi standard jazz come Invitation, Sophisticated Lady e Giant Steps, ma per quanto l’improvvisazione sia presente e in che maniera.

​Dagli scarsi trenta secondi del riff in 11/8 di Eleven dove Erskine interagisce con alcuni fill, al suonare in solitario di Jaco in Amerika, come pure in gran parte di Continuum (ove il tema è ripreso solo al termine), o in duo con Thielemans per quasi tutto il pezzo. In Reza/Giant Steps, invece, la scena si sposta verso un panorama etnico afro-indiano americano: inizialmente è Faddis a emergere, seguito da Erskine e Alias - con una breve incursione del bassista - mentre il nucleo principale di Giant Steps è affidato a Molineaux.
​

L'eterogeneità di questo disco si manifesta grazie a molteplici fattori distintivi.
L'improvvisazione non segue pedissequamente il tradizionale schema di solisti che si alternano dopo l'esposizione melodica, come spesso avviene anche nel rock; poi ci sono brani sia tonali sia modali sia ibridazioni (Invitation e The Chicken); altresì i ritmi variano dalla matrice etnica di Reza a quelli dispari di Eleven, passando per strutture binarie, swing e la sua intrigante fusione terzinata soul/r&b di Soul Intro e Fannie Mae.
Questa canzone della fine degli anni Cinquanta (che ebbe successo e subito altre versioni) merita una breve chiosa, anche solo per il fatto che è cantata, per giunta, da Pastorius.
L’arrangiamento è ben bilanciato, con i fiati che rimangono sullo sfondo e l’armonica che “svolazza” solisticamente, muovendosi agilmente sul rapido ritmo shuffle, esposto – com’è suo solito - con precisione e trascinante energia da Erskine.
Non dovrebbe sorprendere la presenza di un brano simile nel repertorio di Pastorius, considerando che già nel suo album di debutto aveva coinvolto i cantanti Sam e Dave per il pezzo 
Come On, Come Over.
Del resto
The Chicken fu un singolo strumentale di James Brown, composto dal suo sassofonista.

I brani più interessanti sono Invitation, The Chicken e Reza/Giant Steps/Reza (reprise).

Insomma, Invitation da un lato conferma l’attitudine del leader alla grande varietà musicale, che ha sempre saputo coniugare con straordinaria qualità senza scadere nella dispersività, evitata grazie pure a un ben definito e costante stile bassistico. Altresì ciò è dato anche dalla scelta di collaboratori di altissimo rango, che hanno saputo offrire quei contributi che superano le canonicità stilistiche, elevando così il pregio del progetto e al contempo conferendogli una grande coesione.
Però, da un altro lato, Invitation testimonia che in tanti anni Pastorius si è poco mosso: questo disco si presenta come un compendio dei due precedenti (e sicuramente non ha fatto di meglio dopo), con un particolare e apprezzabile uso dell’amplissima sezione fiati e dei solisti.
​Spicca, su tutti, l'eccezionale contributo del già menzionato Erskine.
​* Numerose furono le pubblicazioni postume di concerti che Pastorius aveva realizzato principalmente con piccoli ensemble, spesso trii, caratterizzati da una qualità, anche audio, non sempre all'altezza delle sue capacità e della sua fama.
​
** I crediti per gli arrangiamenti sono ufficialmente attribuiti a Pastorius stesso, con l'eccezione del brano "Invitation", accreditato al sassofonista e compositore Bob Mintzer (futuro membro dei Yellowjackets). Tuttavia, secondo diverse testimonianze all'interno dell'entourage, il copista Larry Warrilow avrebbe ricoperto il ruolo di co-arrangiatore (sebbene in seguito lui stesso si schermì, minimizzando questo aspetto).
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    Carlo Pasceri
    Chitarrista, compositore, insegnante di musica e scrittore.


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