La risposta (adeguata al contesto) penso sia interessante riportarla qui.
Nel Rock, soprattutto quello tradizionale, l'improvvisazione si svolge prevalentemente entro un campo armonico-tonale piuttosto unitario: anche quando gli accordi cambiano, il brano tende a rimanere centrato su una stessa tonalità o a un’unica area.
L'improvvisatore può quindi sviluppare una fraseologia relativamente indipendente dal singolo accordo, utilizzando un vocabolario ristretto - pentatonico, blues, diatonico - che rimane efficace attraverso tutta la struttura del brano.
Nel Jazz, invece, una caratteristica fondamentale è la mobilità armonico-tonale: la forma può attraversare diverse tonalità e successioni di funzioni armoniche, spesso rapidamente.
L'improvvisatore deve quindi orientarsi continuamente fra tonalità, accordi, funzioni, modulazioni e risoluzioni, costruendo melodicamente la linea in rapporto a ciò che la successione accordale sta facendo in ogni singolo momento.
"Suonare sugli accordi (o sui cambi)" è una locuzione ben conosciuta da chi suona Jazz; sconosciuta o temutissima da chi non lo suona.
Quindi pure in queste circostanze il jazzista dispone di un linguaggio melodico-armonico molto più articolato e sofisticato: può creare tensioni, cromatismi, sostituzioni, sovrapposizioni, sviluppi motivici e relazioni intervallari che vanno ben oltre il semplice uso di una scala sul centro modale che alquanto casualmente, occasionalmente, a orecchio e limitatamente, giunge a poche soluzioni.
Quindi la differenza non è semplicemente:
Rock = armonia semplice / Jazz = armonia complessa
ma piuttosto:
Rock = generalmente un linguaggio improvvisativo concepito e sviluppato dentro un unico centro tonale, ma piuttosto incisivo in termini di pronuncia e condotta dei suoni;
Jazz = linguaggio improvvisativo concepito e sviluppato per interagire con una mobilità armonico-tonale molto maggiore e, anche quando questa mobilità viene meno, con un vocabolario melo-armonico enormemente più esteso.
Ed è questo che spiega bene l'asimmetria: la competenza jazzistica richiede un sistema linguistico improvvisativo assai più ampio e trasferibile, mentre un musicista rock può essere eccellente nel proprio linguaggio senza possedere gli strumenti necessari per affrontare l'improvvisazione jazz.
Ecco perché il musicista jazz potrebbe suonare tranquillamente su un brano rock ma non il musicista rock su un brano jazz.
Tuttavia ci sono due fattori che in qualche misura livellano le cose: ritmico e timbrico.
La stragrande maggioranza dei pezzi jazz ha un andamento swing; ciò determina che, pure ammesso che un musicista abbia competenze melodico-armoniche sufficienti per concepire ed eseguire improvvisazioni su brani dalle armonie complesse, se non è in grado di “cavalcare” quella continua onda oscillante che è lo swing (con magari pure un incalzante walkin’ bass), non riesce a compiere un solo di livello sufficiente: sarà rigido, come fuori tempo, sicuramente fuori flusso, inadeguato.
Lo swing, infatti, non è semplicemente una particolare suddivisione ritmica che si possa applicare meccanicamente alle note, ma un modo di collocarle nel tempo, di articolarle e di farle respirare dentro la pulsazione.
Peraltro, pure allorquando lo scenario swing-walking bass non è presente, il jazzista, alla bisogna, sa imprimere lui quel peculiare flusso ritmico (chiamato appunto swing), che farà la differenza.
È una competenza profondamente interiorizzata: il jazzista non deve necessariamente trovarsi davanti a un accompagnamento swing per pensare e fraseggiare secondo quella logica temporale.
La stragrande maggioranza dei musicisti Rock non possiede invece lo swing, ma solitamente ha una spiccata varietà ritmica e una notevole capacità di sintesi temporale, sia per quanto concerne la costruzione specifica delle frasi, sia per quanto concerne l’intera forma del solo.
Ciò anche perché può avvalersi di timbri assai sofisticati insieme con tecniche e tecnologie correlate - effetti come distorsori, delay, wah-wah, tremoli, harmonizer ecc. - che divengono parte integrante del suo linguaggio espressivo e consentono di rappresentare una gran quantità di informazioni musicali in tempi molto brevi.
Ed ecco che il jazzista, proprio perché abituato a tenere conto di molte variabili melodico-armoniche e a concentrarsi su contenuti musicali assai impegnativi, solitamente ha necessità di parecchio tempo per sviluppare efficacemente il proprio solo; pertanto, di fronte a uno spazio espressivo ridotto, quale quello dato - relativamente alla normalità nel Jazz - dall’esiguo numero di battute offerto dal Rock e dintorni, per non dire del Pop, non di rado si trova in difficoltà e fatica a essere altrettanto brillante come quando suona Jazz.
Nel Jazz, infatti, può sviluppare progressivamente il materiale melodico, farlo evolvere attraverso più chorus (cioè più giri dell'intera struttura armonica) e costruire una narrazione che si dispiega nel tempo; nel Rock si deve spesso condensare immediatamente un’idea, caratterizzarla e portarla rapidamente a un punto di massima efficacia.
Viceversa, il musicista rock, solitamente più vario e incisivo ritmicamente - ed è una caratteristica importantissima nel veicolare e differenziare la musica -, dunque abituato a un’efficientissima sintesi formale, sovente avvalendosi di processamenti sonici tanto efficaci da essere divenuti per lui una specie di seconda natura, spesso si trova avvantaggiato proprio quando lo spazio improvvisativo è molto breve: deve dire molto in poco tempo, e possiede un linguaggio particolarmente adatto a questa concentrazione espressiva.
Come abbiamo già visto, il suo limite, rispetto al jazzista, emerge invece quando la relativa semplicità e staticità del materiale armonico lascia il posto a una struttura armonicamente mobile e richiede di mantenere simultaneamente il controllo della forma, dell’armonia e della linea melodica.
Pertanto il Jazz sviluppa normalmente una temporalità lunga del discorso improvvisativo - più chorus, sviluppo progressivo dei motivi, trasformazione del materiale -, mentre il Rock sviluppa spesso una temporalità breve e concentrata: poche battute, un’idea immediatamente riconoscibile, climax, chiusura.
Questo permette di arrivare a un’interessante conclusione, fatte salve eccezioni e i vari gradi d’ibridazione che sempre ci sono: Jazz e Rock non sono semplicemente due diversi livelli di improvvisazione, ma due differenti specializzazioni, con una competenza improvvisativa jazz più difficile da acquisire sul piano melo-armonico e una competenza improvvisativa rock particolarmente sofisticata sul piano della sintesi ritmico-timbrica e formale.

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