Tuttavia, fu il decennio degli anni Sessanta a registrare la straordinaria concentrazione di un formidabile sestetto di pianisti.
Un evento pressoché irripetibile: a oltre mezzo secolo di distanza, la loro influenza continua a essere evidente.
Bill Evans, McCoy Tyner, Herbie Hancock, Joe Zawinul, Chick Corea e Keith Jarrett sono cresciuti musicalmente in quegli anni, proiettando con forza nei decenni successivi le proprie scelte estetiche e poetiche.
Vale dunque la pena, sia pure in estrema sintesi, di comprendere un po' meglio come si siano svolte le cose.
I magnifici sei e l’orbita di Miles Davis
Anzitutto, va osservato che, tra questi magnifici sei, soltanto McCoy Tyner non transitò dalla corte di Miles Davis.
Fu inoltre l'unico a rimanere integralmente fedele alla natura acustica del pianoforte***.
Evans e Jarrett, sebbene episodicamente, utilizzarono infatti il piano elettrico; Jarrett si cimentò anche con l'organo elettrico.
Tastiere diverse, suoni diversi, abilità diverse
La differenza non risiede tanto nel meccanismo di generazione delle note - poiché la modalità di contatto con i tasti presenta evidenti analogie, né ovviamente nel diverso risultato timbrico finale - quanto piuttosto nel differente profilo d'inviluppo del suono che caratterizza ciascuno di essi: attacco, decadimento, sostegno e rilascio delle note (ADSR).
Tale peculiarità impone al musicista una costante anticipazione mentale del suono prima ancora dell'atto esecutivo.
Anche un semplice accordo, infatti, se suonato al pianoforte o al piano elettrico, produce risultati assai differenti in termini di fusione timbrica e interazione fisica tra le note. Per semplificare, uno stesso accordo può apparire più o meno dissonante a seconda dello strumento utilizzato.
E le differenze diventano ancora più marcate quando si considerano organo e sintetizzatore*****.
Lo stesso vale per le linee melodiche, spesso simultanee agli accordi.
Il pianoforte è uno strumento a evoluzione libera: una volta impressa l'energia iniziale, le possibilità di intervento sulle fasi intermedie del suono sono minime. In sostanza, l'esecutore può determinare soltanto il momento di inizio e quello di fine delle note.
Non altrettanto accade con l'organo, il piano elettrico e il sintetizzatore; quindi, ciascuno di questi strumenti richiede approcci musicali differenti e comporta specifiche articolazioni tecniche.
Non tutti i pianisti, pertanto, si trovano ugualmente a proprio agio nel passare indifferentemente da un organo Hammond a un Fender Rhodes o a un sintetizzatore Moog, soprattutto se provengono da una formazione strettamente pianistica, come nel caso degli straordinari musicisti qui considerati.
Evans, Jarrett e la fedeltà al pianoforte
Tornando al nostro eccezionale sestetto, Bill Evans è il più anziano, sia anagraficamente sia dal punto di vista della produzione artistica, ha così potuto direttamente o indirettamente influenzare gli altri, a fronte della sua indubbia grandezza sia per le forme sia per i contenuti delle sue musiche.
Fino alla prematura scomparsa, avvenuta nel 1980, si dedicò quasi esclusivamente a piccoli ensemble, prevalentemente acustici, senza distinguersi particolarmente nell'impiego del piano elettrico.
Keith Jarrett, il più giovane dei sei, e dopo aver suonato l'organo elettrico nei celebri concerti del 1970 con Miles Davis - sui quali torneremo più avanti - e dopo aver utilizzato il piano elettrico in alcune successive produzioni, si dedicò pressoché esclusivamente al pianoforte acustico.
Una scelta che coincise sia con una progressiva riduzione degli organici impiegati sia con il conseguimento di un immenso successo. Del resto, quasi sempre accade così.
I tre elettrici: Zawinul, Hancock e Corea
Restano dunque i tre "elettrici", e tra questi il primo della svolta e il più profondo ed esteso per importanza è Joe Zawinul.
Tuttavia, anche Herbie Hancock e Chick Corea meritano un breve approfondimento, soprattutto quest'ultimo.
Hancock si addentrò nell'universo dei sintetizzatori più profondamente di quanto fece Corea.
Quest'ultimo ne fece comunque largo uso, specialmente del Minimoog nei propri assoli.
Però, più di chiunque altro, Chick Corea esplorò nelle fasi iniziali della rivoluzione elettrica, accanto a Miles Davis, le potenzialità del piano elettrico. Fu un pioniere*******.
Chick Corea alla corte di Miles
Miles lo incoraggiò a utilizzare lo strumento in modo ampio, aggressivo, sofisticato e privo di limiti convenzionali, e Corea raccolse pienamente la sfida.
Lo si può ascoltare soprattutto nei concerti registrati ai Fillmore East e Fillmore West nella primavera del 1970 (i brani citati sono unicamente tratti dal disco Black Beauty).
In quelle esecuzioni emergono una sensibilità e una fantasia straordinarie, sostenute da una tecnica magistrale, da una profonda consapevolezza musicale e da un autentico spirito sperimentale (col suo trio Circle, insieme proprio con Dave Holland, stava facendo cose ancor più radicali).
Corea tratta timbri allora inusitati attraverso dense "macchie" armoniche, cluster perfettamente calibrati e rapide frasi atonali, con articolazioni impeccabili, senza note troppo debordanti o, al contrario, esitanti.
A ciò si aggiunge uno straordinario senso ritmico, che gli consente di dialogare in modo ideale con Jack DeJohnette e Dave Holland.
Un esempio particolarmente significativo si trova in Masqualero, soprattutto a partire da 4’02’’.
Il piano elettrico come strumento espressivo
Che si mostri atmosferico, come in Sanctuary, oppure ricorra alla distorsione conferendo allo strumento quel respiro quasi fiatistico che tanti pianisti - con Bud Powell in testa - avevano inseguito, ammaliati dalle folgoranti frasi di Charlie Parker e Dizzy Gillespie, Chick Corea rivela sempre un linguaggio modernissimo e un’eccezionale capacità espressiva.
Particolarmente significativo, in tal senso, è il suo intervento in Spanish Key (da 6’45’’).
Ma Corea sa essere anche radicalmente sperimentale.
Lo dimostra il finale di Directions, soprattutto dopo il decimo minuto, quando l'impiego dell'Echoplex contribuisce a spingere il discorso musicale verso territori decisamente free.
Nemmeno i “Fantastici Quattro”, i tastieristi che furono protagonisti delle successive contaminazioni tra Rock, Classica, Funk, Afrocuban ecc., col Jazz, e cioè George Duke, Jan Hammer, Keith Emerson e Tom Coster, in quegli anni si spingevano così lontano******.
Certamente, negli anni successivi avrebbero esplorato territori timbrico-articolativi ancora più avanzati, ma lo fecero mediante altre tastiere, in particolare organi e sintetizzatori.
La lezione di Corea sul piano elettrico, anche in virtù alla straordinaria visibilità garantitagli dalla presenza accanto a Miles Davis, divenne un punto di riferimento per gran parte dei musicisti desiderosi di superare i confini tradizionali del pianoforte.
* In questo articolo non vengono presi in considerazione i pianisti appartenenti all'ambito della musica classica.
** Per esempio, nelle formazioni in solo, duo, trio e così via.
*** Fece un uso soltanto sporadico di clavicembalo, celesta e di alcuni strumenti etnici; non impiegò invece strumenti elettrici.
**** Nel pianoforte - e, più in generale, nelle tastiere - a differenza di quanto avviene nella stragrande maggioranza degli strumenti musicali, l'approccio fisico può rimanere sostanzialmente invariato lungo l'intera estensione dello strumento.
Perché i tasti mantengono le stesse dimensioni nei registri gravi, medi e acuti: un tasto del registro basso ha la medesima larghezza e lunghezza del corrispondente nel registro alto (al netto dell’evidente differenza tra tasti bianchi e neri).
In tutti gli strumenti a corde, come viola o chitarra, non variano soltanto lo spessore delle corde stesse che si devono direttamente toccare, ma anche le dimensioni delle porzioni tastabili.
Ciò comporta tecniche e articolazioni differenti a seconda del registro utilizzato.
Qualcosa di analogo accade negli strumenti a fiato.Pur presentando una struttura relativamente uniforme, il passaggio tra i registri richiede l'intervento coordinato di numerosi elementi: labbra, imboccatura, lingua, mandibola, gola, tratto vocale, respirazione e pressione dell'aria.
***** Fino alla metà degli anni Settanta le tastiere elettriche in grado di emettere accordi furono soltanto l'organo e il piano elettrico, i sintetizzatori polifonici giunsero appunto in quel periodo. Comunque, un fenomeno per molti aspetti analogo si riscontra anche tra le diverse tipologie di chitarra: classica, acustica, elettrica e nelle molteplici configurazioni timbriche ottenibili attraverso effetti e distorsioni.
****** In verità c’è un quinto personaggio che merita di essere ricordato come protagonista della svolta elettrica delle tastiere: Mike Ratledge.
Peraltro, prima degli altri, ibridò il rock e dintorni con i concetti, le armonie e le improvvisazioni jazzistiche. Tuttavia, per vari motivi, si eclissò rapidamente e la sua grandezza innovativa non si manifestò pienamente né venne riconosciuta quanto quella dei suoi più celebri contemporanei.
******* Tuttavia va ricordato il "visionario" Sun Ra, precursore e propalatore dell'elettrificazione: già negli anni Cinquanta usava il piano elettrico, proseguendo anche con protosintetizzatori come il Clavioline.

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