Carlo Pasceri
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Il cluster che sfida le regole: anatomia del riff di Man-Erg dei Van Der Graaf Generator

25/11/2025

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Pochissime note (5 diverse) per pochissimo tempo (meno di 3 secondi) per uno dei riff più enigmatici e conosciuti dagli appassionati della musica Progressive: è nel brano Man-Erg dei Van Der Graaf Generator.
Pubblicato nel 1971 nel disco Pawn Hearts - mediamente il più apprezzato in assoluto dei VDGG e conclusivo della prima fase del gruppo capitanato da Peter Hammill - consolida l’apice raggiunto con H to He, Who Am the Only One (1970).
Man-Erg è un lungo pezzo (oltre 10 minuti) tutto sommato semplice, relativamente al genere, e alquanto “tranquillo”, ma al terzo minuto succede questa frase suonata dalle tastiere (principalmente organo con distorsore) e basso; batteria e sax tesi a sottolineare, accentuandoli, i tempi spigolosi del riff.
È enigmatico per vari ordini di motivi; non attinge al linguaggio classico né a quello rock-blues (casomai a quello jazz), altresì è piuttosto criptico a livello squisitamente musicale, sicuramente assai ambiguo: non ha tratti armonici né melodici di agevole riferimento.
È di carattere cromatico e dispari, in 11/8 diviso 5+6, ove il primo segmento non è altro che il ribattuto di un mini accordo (diade Si-Do), e il secondo una brevissima frase cromatica che include Sib, La e Lab (con ribattuto sempre il Do).
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Quindi le note in gioco sono soltanto cinque, che costituiscono una linea discendente con Do nota più alta Lab quella più bassa.
Quella diade (in gergo cluster) è quanto di più dissonante ci possa essere in musica, l’intervallo armonico più piccolo nel nostro sistema temperato, il semitonale, genera una formidabile collisione di suoni, dunque irrequietezza.

Il secondo segmento è una sorta di brevissimo pendolo il cui punto fisso è la nota più alta (Do): così produce facilmente una sensazione di elasticità sonora. Questa tattica, benché con varianti solitamente più articolate e raffinate, è molto usata dai jazzisti.
Lo storico re dei cluster dissonanti è Theolonius Monk (quello moderno è John Scofield): amava disseminarli nei suoi brani e non soltanto nelle improvvisazioni; pertanto se consideriamo anche il secondo segmento col cromatismo “spezzato”, ecco che il riff di Man-Erg è parente al mondo Jazz.
Come accennato, è più che sfuggente in termini di analisi e sintesi musicale, quelle cinque note non sono direttamente attribuibili a una scala né a uno o più accordi, pertanto né melodicamente né armonicamente si hanno indicazioni per poter agire con sicurezza; c’è solo il punto fermo della nota Do, essendo presente ben otto volte su undici.
​

La grande incisività di questo riff nel trasmettere un senso di tensione e potenza si coniuga con la scarsa accessibilità nel sovrapporgli temi melodici o improvvisazioni.
Non a caso l’uso che ne ha fatto Hammill è inconsueto, infatti, diviene una sezione peculiare del brano anche come forma: si presenta in sostanza solo una volta*, per circa un minuto e mezzo.
E, di fatto, il riff è solo, a sé, al netto di qualche nota cantata e “svolazzo” di organo intorno a esso.
Inoltre, assai non convenzionale è pure l’impiego in estremo rallentando che principia a 4’04’’: il riff resta avvincente.
Dunque è interessante notare che cambiando timbrica a un segmento musicale di ascendenza X e poi replicarlo tante volte lo si può usare efficacemente come riff in generi Y o Z che siano.
Superlativa efficienza, a patto di avere generatrici menti musicali all’altezza.


* É ripresentato brevemente solo al termine del brano: ritmicamente a 9’20’’, poi, come note vere e proprie, da 9’34’’ a 9’44’’.
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    Chitarrista, compositore, insegnante di musica e scrittore.


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