Nel frattempo, abbiamo già numerosi esempi di emulazioni, spesso diffuse come presunti “lost tapes” di qualche celebre musicista o gruppo.
Per ora – novembre 2025 – è ancora relativamente facile individuare le patacche.
Per quanto siano ben fatte e dunque piuttosto credibili, a un ascolto più attento le approssimazioni risultano grossolane. Per ora.
Per molti questa deriva dell’IA può risultare divertente, per altri molto meno.
C’è chi la vede come una nuova forma di intrattenimento e chi, invece, come un inquietante segno del declino dell’Umanesimo — almeno nella sua forma più diretta ed essenziale.
Quando le emulazioni diventeranno meno grossolane, potrebbero esser spacciate con credibilità per autentici “lost tapes”.
Questa estrema forma contemporanea di postmodernismo, tuttavia, merita una riflessione più profonda.
Abbiamo sempre guardato al passato per comprendere e costruire il futuro, traendo ispirazione da ciò che è stato per generare nuove sintesi creative e innovazioni significative.
È naturale e ragionevole: ciò che abbiamo già fatto rappresenta la base da cui sviluppare ulteriore originalità.
Così, avendo costruito macchine come l’Intelligenza Artificiale, tendiamo a fornirle il nostro intero patrimonio di conoscenze — o una selezione mirata per ottenere un determinato “stile” — e ad attendere, comodi, il suo rapido esito.
E forse non è lontano il giorno in cui l’IA sarà così ben addestrata da ingannare anche gli specialisti dei vari settori in cui si troverà a operare.
Le continue torsioni all’indietro, i rimandi al passato tanto ammiccanti quanto sterili, ci sono sempre stati - e li ho sempre mal tollerati.
Grande, dunque, il mio disappunto per queste derive ormai invalse. Tuttavia, a bilanciare ciò, vi sono sempre state considerevoli aree creative, punte d’avanguardia e valide sperimentazioni.
Oggi, con l’IA, viviamo un periodo di transizione che — come tutte le transizioni — è importante e merita attenzione.
Forse, come nel Medioevo, assisteremo a un decentramento dell’Uomo a favore di un’entità (pseudo) divina, delegando a lei le nostre scelte e appiattendoci nella moltitudine.
L’alba della musica occidentale fu religiosa: per secoli il canto gregoriano rimase monodico, tutti cantavano le stesse note.
Solo lentamente si sviluppò una liturgia più articolata, con qualche prudente armonizzazione melodica.
Si giunse poi al fiorire della polifonia, con il culmine contrappuntistico del XV secolo: la fine del Medioevo e l’inizio del Rinascimento umanistico, in cui l’uomo era al centro.
Si affermò anche la musica profana, con la monodia accompagnata, che permise a un singolo di diventare protagonista.
Nel Barocco (XVII secolo) approdammo all’Opera — parallela all’Oratorio ecclesiale —, al melodramma, all’apoteosi del canto del singolo (o dello strumento solista) accompagnato da un’intera orchestra.
Nel secolo successivo (XVIII) questa concezione si consolidò, pur mantenendo alcuni richiami alla polifonia tardo-medievale (che defluì anche nell'ibridazione sinfonica).
L’Ottocento romantico confermò la centralità dell’uomo, con le sue potenti emozioni e passioni.
Il Novecento, pur segnato dall’innovazione “iperdemocratica” della Dodecafonia e del Serialismo, esaltò l’individualismo grazie ai fondamentali innesti afroamericani del Blues e del Jazz — forme musicali orientate al solismo — fino al trionfo della canzone pop; ancora monodia accompagnata.
Tutt'oggi domina la canzone, così come la Trap, che in fondo è la stessa cosa: una conferma dell’Umanesimo quattrocentesco.
E domani?
Se la musica generata dall’IA dovesse prevalere — indipendentemente dal suo essere monodica o polifonica — assisteremmo non tanto a un decentramento dell’individuo quanto alla sua eliminazione come partecipe diretto.
Si vedrà.
In ogni caso, qualora ciò dovesse accadere, sono propenso a credere che prima o poi emergerà un riequilibrio, una spinta compensativa.
Finora, in ogni campo, è sempre andata così.
Non abbattiamoci.

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