Dei cinque sensi, i tre principali - tatto, vista e udito - si dividono in realtà in due famiglie.
Tatto, olfatto e gusto sono sensi più o meno di prossimità: richiedono vicinanza, contatto diretto o quasi.
Vista e udito, invece, agiscono a distanza, e sono quelli che più suscitano la nostra immaginazione.
Ma proprio tra vista e udito c'è un punto che li diversifica radicalmente: guardare è un atto volontario, udire è ineluttabile.
Possiamo chiudere gli occhi, frapporre qualsiasi barriera tra noi e il visibile.
Non per il suono: anche tappandoci le orecchie, l'onda ci colpisce comunque, alterata ma presente - perché è pura energia meccanica, scavalca muri, montagne.
Il suono d’altronde non è che una vibrazione che si propaga fisicamente fino a raggiungere il timpano - la stessa fisicità del contatto che caratterizza il tatto, ma liberata dal vincolo della vicinanza.
L'udito eredita dal tatto la sua concretezza di contatto reale, e per questo condivide con esso l'ineluttabilità: non possiamo scegliere di non essere toccati da un'onda sonora.
C'è poi un aspetto che rafforza ulteriormente questo legame tra udito e tatto: l'udito spesso completa la vista, le dà concretezza materiale.
Guardando due oggetti che si toccano, è il suono - non l'immagine - a dirci di che cosa sono fatti: se è metallo, legno, vetro, carne.
Lo facciamo in modo automatico, quasi inconsapevole, integrando costantemente il dato visivo con quello sonoro per ricostruire la texture reale del mondo.
Il cinema sfrutta esattamente questo meccanismo, anche per ingannarci; per esempio, nelle scene di combattimento, è il clangore metallico a farci "vedere" spade vere, indipendentemente da come sono realizzate, se di legno o plastica verniciate ad hoc.
L'orecchio, in questi casi, supplisce e talvolta corregge la vista, restituendole quella concretezza tattile che l'immagine da sola non può dare.
È un'ulteriore conferma che l'udito agisce come un tatto a distanza: non solo ci colpisce fisicamente come il tatto, ma svolge anche la sua stessa funzione conoscitiva - dirci di cosa è fatta la realtà.
C'è una distinzione interna a ciascun senso che replica, in scala più piccola, quella già tracciata tra vista e udito.
"Vedere" e "udire" sono i livelli automatici, pressoché fisiologici: l'immagine entra nell'occhio, il suono nell'orecchio, indipendentemente dalla nostra volontà di elaborarli.
"Guardare" e "ascoltare" sono invece gli atti intenzionali, quelli in cui indirizziamo l'attenzione, selezioniamo, interpretiamo.
Ma qui emerge un'asimmetria interessante: mentre il guardare presuppone quasi sempre il vedere (per guardare devo prima vedere), l'ascoltare può innestarsi su un udire già continuo e ininterrotto - siamo costantemente immersi in un flusso sonoro che percepiamo senza ascoltare, finché qualcosa non richiama l'attenzione e trasforma l'udire in ascolto.
È il fenomeno per cui non "sentiamo" più il rumore di fondo di una strada, ma basta un dettaglio - un passo, una voce nota - a farcelo riemergere all'attenzione.
Questa asimmetria ha una ragione geometrica precisa.
La vista è direzionale: possiamo orientare lo sguardo in alto, in basso, a destra, a sinistra, restringendo il campo a un settore preciso dello spazio.
Per questo guardare e vedere restano più correlati: l'atto di dirigere gli occhi determina quasi sempre cosa vediamo, e ciò che sta fuori dal cono visivo semplicemente non esiste per noi in quel momento.
L'udito non conosce questa direzionalità selettiva: siamo colpiti a 360 gradi, da ogni lato contemporaneamente, senza possibilità di "voltare le orecchie" per escludere una porzione dello spazio sonoro.
Questo conferma ulteriormente la natura tattile dell'udito: come la pelle registra continuamente stimoli che ignoriamo finché non diventano rilevanti (il peso dei vestiti, il contatto con la sedia), avvolgendo il corpo senza direzione privilegiata, così l'orecchio registra un flusso costante da ogni direzione, che l'ascolto seleziona e mette a fuoco solo a posteriori.
La vista, al contrario, è legata più strettamente al guardare: possiamo vedere senza volerlo ciò che entra nel campo visivo, ma è il guardare a selezionare e delimitare ciò che intendiamo vedere.
Il quadro può essere guardato senza essere davvero visto: l'occhio riceve linee, forme, colori - il livello automatico e superficiale della percezione - ma senza le chiavi allegoriche resta un insieme quasi muto di segni.
È l'allegoria a trasformare la ricezione passiva in comprensione, proprio come l'ascolto trasforma il puro udire in senso. A differenza però dell'integrazione udito-tatto, che è automatica e naturale, quella allegorica è un sapere acquisito culturalmente: nessun automatismo sensoriale può sostituirla.
La Primavera di Botticelli è l'esempio perfetto di questo scarto.
Chi la guarda senza chiavi di lettura vede nove figure in un giardino, colori e pose eleganti - poco più.
Chi conosce i rimandi neoplatonici vede invece un intero sistema filosofico condensato in un'immagine: Zefiro che insegue Clori e la trasforma in Flora non è un semplice episodio mitologico ma il passaggio dalla materia grezza alla bellezza compiuta attraverso l'amore; Venere al centro incarna l'Humanitas che eleva; le Grazie e Mercurio proseguono lo stesso discorso allegorico, fino a comporre un'intera cosmologia dell'amore tradotta in immagine.
Senza questo strato allegorico il quadro è "solo" un giardino di leggiadre figure.
Con esso, la superficie dipinta si fa pensiero compiuto: esattamente come il suono rivela la materia di un oggetto che la vista da sola non può dirci.
L'arte figurativa può veicolare significati pressoché letterali, traducibili in proposizioni: Zefiro rappresenta questo, Venere significa quello. È un linguaggio, per quanto codificato culturalmente, che rimanda a un contenuto extra-sensoriale preciso, quasi decifrabile come un testo.
La musica è invece asemantica: non "significa" nulla di determinato al di fuori di se stessa.
Una nota non rimanda a un concetto come un'allegoria rimanda al suo referente.
Questo rende ancora più radicale l'ineluttabilità di cui parlavamo all'inizio: il suono non solo ci colpisce senza permesso, come un tatto a distanza, ma lo fa senza offrirci nulla da "decifrare" - non c'è un codice allegorico da apprendere per comprenderlo, perché non comunica proposizioni, comunica solo se stesso, la sua pura energia ed emozione immediata.
È forse per questo che l'udito resta il senso più radicalmente "puro" tra quelli esaminati: la vista può essere addomesticata dalla cultura fino a diventare quasi lettura; il suono, anche quando organizzato in musica, resta prima di tutto un evento fisico che accade, non un testo da interpretare.
La musica no.
Un brano strumentale non potrà mai "dire" - nemmeno al livello più elementare - che si tratta di un giardino, di un tramonto, di una casa, di un amore. E se pure un titolo sembra suggerirlo, è solo un'etichetta linguistica calata dall'esterno per orientare a posteriori un flusso di pura energia fisica. Ciò che riceviamo è pura percezione, sensazione: un movimento, una tensione, una distensione, un timbro - dati sensoriali immediati, privi di referente.
L'emozione, se arriva, è successiva e mediata: nasce dalla proiezione delle nostre esperienze, dalle associazioni più o meno dirette che leghiamo a quel brano - un ricordo, un momento vissuto - ma non è la musica in sé a comunicarla, è la nostra mente che la costruisce a partire da un materiale che di per sé non contiene alcuna informazione.
È la differenza tra un linguaggio, per quanto povero e frainteso, e un puro accadere sensoriale: la pittura, nel peggiore dei casi, è un testo letto male; la musica non è mai un testo - è sensazione pura, a cui l'emozione si aggiunge solo dopo, e solo da parte nostra.
Se dunque la musica non comunica nulla di letterale, comprenderla richiede necessariamente qualcosa in più del semplice udirla - un ascolto che sappia cogliere struttura, tensione, rarefazione, silenzio, la sua peculiarissima sintassi similmente a come l'allegoria è ciò che salva un quadro dal restare puro décor.
Qui però va chiarita una distinzione, perché il parallelo con la pittura potrebbe altrimenti risultare ambiguo.
Chi guarda ingenuamente la Primavera appesa a una parete, senza sapere nulla di Zefiro o Venere, ha comunque lo sguardo rivolto a quel quadro: si sofferma sui colori, sulle forme, sull'insieme. È un'attenzione povera, ma resta attenzione all'opera come oggetto di contemplazione.
La vera declassazione non è questa, ma quella della Primavera ridotta a stampa su una tovaglia: qui l'immagine sopravvive, ma la funzione si è capovolta - da oggetto di contemplazione a puro rivestimento decorativo, indifferente a ciò che rappresenta. Nessuno guarda più la tovaglia.
Ecco l'enorme rischio che la musica corre quando resta solo udita e mai ascoltata: non è l'equivalente del godimento ingenuo del Botticelli (che sarebbe comunque un'attenzione, per quanto minima, rivolta all'opera), ma proprio l'equivalente della tovaglia.
Non si tratta qui di stabilire una gerarchia tra generi musicali, come se certa musica fosse per natura destinata al sottofondo e altra all'ascolto - sarebbe un giudizio di valore estraneo al discorso fin qui condotto.
Si tratta piuttosto di un rapporto, indipendente dal genere: la stessa sinfonia può essere tovaglia in un contesto e oggetto d'ascolto in un altro, le pubblicità, purtroppo ce lo confermano; non è la musica in sé a slittare di statuto, ma la relazione che il soggetto instaura con essa.
Pensiamo a chi balla in discoteca o allo sportivo con le cuffie prima di una gara: la musica lì non è destinataria di alcuna attenzione, è là per fare qualcosa ad altro - caricare il corpo, distrarre la mente - mentre il pensiero resta rivolto al gesto atletico imminente.
Non è ascolto povero, è assenza di rapporto con l'opera, intesa qui come concentrazione attiva e consapevole sulla sintassi sonica, non come puro stimolo subito dal corpo: la musica agisce come puro stimolo fisiologico, carburante emotivo, esattamente come l'immagine-tovaglia non è più vista ma solo usata.
In entrambi i casi l'opera si è dissolta nella sua funzione - ma la musica ridotta a sottofondo perde anche il minimo residuo di senso che la tovaglia, in qualche modo, conserva: diventa pura onda che ci attraversa senza che nulla, in noi, la accolga davvero.
Certo, esistono gradi diversi di comprensione, dal musicologo all'ascoltatore comune.
Ma a ogni livello vale la stessa condizione necessaria per l'accesso all'inizio di una comprensione: senza un minimo di attenzione, magari accompagnata da un po’ di istruzione, la musica resta udita e mai davvero ascoltata.

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