Ci si pensa poco, ma i musicisti tendono a dividersi – con diverse gradazioni e qualità creative – tra coloro che esprimono elementi blues e quelli che non li esprimono.
Prima di citare qualche esempio, è utile soffermarsi brevemente su ciò che comporta, a livello estetico, la scelta dei musicisti in questo senso.
In origine il Blues è quasi sinonimo di una musica costruita su pochissime note, ma cariche di un grande pathos, spesso “piegate”*, del tutto inusitata in Occidente.
L’uso quasi esclusivo di una scala pentatonica minore, caratterizzata da due intervalli di terza minore, rese il linguaggio blues strutturalmente diverso rispetto a tutto ciò che lo aveva preceduto.
A questo si aggiunge il fatto che la scala veniva sovrapposta non ad accordi minori – come era consuetudine – bensì ad accordi maggiori, spesso di settima, già intrinsecamente piuttosto dissonanti.
Il risultato è un effetto assai incisivo, di una tensione nuova ed estremamente efficace: con pochissimo, si ottiene moltissimo.
Non a caso il Blues e i suoi derivati ebbero una diffusione enorme, un successo che continua ancora oggi.
Già nei primi decenni del Novecento il linguaggio blues venne ampliato e approfondito, soprattutto dai musicisti impegnati nel percorso jazzistico: raffinatezze espressive, arricchimenti melodici e armonici, sofisticazioni di ogni tipo entrarono all’ordine del giorno, dando vita a magnifici territori musicali.
Minimale o sontuoso che sia, il portato blues è qualcosa con cui tutti hanno dovuto confrontarsi.
Ecco qualche esempio delle differenze di carature blues tra i musicisti più noti e influenti: risultano molto più bluesy Herbie Hancock e George Duke rispetto a Chick Corea e Joe Zawinul; Cannonball Adderley e David Sanborn di John Coltrane e Michael Brecker; Jimmy Page, George Benson, Larry Carlton e John Scofield di Ritchie Blackmore, Frank Zappa, Robert Fripp e Pat Metheny.
Come accennato, al netto delle ovvie differenze di gradazione (e del fatto che per alcuni ci sono state fasi in cui si sono espressi in maniera diversa), non mancano coloro che si collocano in un territorio intermedio, quasi fusion, per quanto riguarda questo aspetto del linguaggio solistico.
È interessante notare che tra i trombettisti prevale quest'aspetto: al netto di alcuni – per esempio, Lee Morgan (più bluesy) rispetto a Chet Baker – il tratto più bluesy/meno bluesy è più sfumato rispetto ad altre categorie di strumentisti.
In ogni caso, semplice o complesso, esplicito o implicito, tradizionale o innovativo, l’elemento blues caratterizza profondamente il linguaggio musicale, tanto nella composizione quanto nell’improvvisazione. Proprio perché un fondamentale della musica moderna di facilissimo approccio e di grandissima presa, il linguaggio blues è stato spesso banalizzato e sfruttato in modo spudorato ed eccessivo: ancora oggi rappresenta un rifugio sicuro per chi vuole ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo.
* Variazioni progressive d’intonazione - mediante glissati, bending e altre tecniche - che voce e strumenti consentono per ottenere frequenze di note differenti da quelle del Sistema Temperato.

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