È tra i brani che ancora oggi amo di più, sin da quando ero ragazzino.
Forse proprio per questo mi è rimasto impresso; e racchiude due caratteristiche fondamentali che mi hanno sempre affascinato — modalità e densità di cromatismi*.
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Uno dei brani più celebri di sempre porta la firma di un autore pressoché sconosciuto: James Bond Theme, composto da Monty Norman (orchestrato da John Barry), pubblicato nel 1962.
È tra i brani che ancora oggi amo di più, sin da quando ero ragazzino. Forse proprio per questo mi è rimasto impresso; e racchiude due caratteristiche fondamentali che mi hanno sempre affascinato — modalità e densità di cromatismi*.
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Pochissime note (5 diverse) per pochissimo tempo (meno di 3 secondi) per uno dei riff più enigmatici e conosciuti dagli appassionati della musica Progressive: è nel brano Man-Erg dei Van Der Graaf Generator.
Pubblicato nel 1971 nel disco Pawn Hearts - mediamente il più apprezzato in assoluto dei VDGG e conclusivo della prima fase del gruppo capitanato da Peter Hammill - consolida l’apice raggiunto con H to He, Who Am the Only One (1970). A tutti è noto che, già da qualche anno, si discute ampiamente di Intelligenza Artificiale.
Molti si interrogano sulla sua potenziale pericolosità e sui rischi che comporta. Per quanto mi riguarda, sono sempre stato favorevole agli sviluppi tecnologici, pur consapevole che ogni progresso porta con sé un lato potenzialmente molto rischioso. È una costante della storia umana: fin da quando abbiamo imparato a usare un bastone o una pietra come strumenti, il pericolo di farne un cattivo uso è sempre esistito, indipendentemente dal livello tecnologico raggiunto. Nel gennaio del 1964 i Beatles iniziarono le registrazioni (a Parigi) di un altro dei loro clamorosi successi, coi quali riuscirono a conquistare il mercato USA: Can't Buy Me Love. Fu di quell’anno la loro trionfale tournée statunitense.
Erano nella prima fase della loro stupefacente carriera, ed è cosa risaputa di quanto all’inizio avessero per modello le canzoni che giungevano da quelle terre, pertanto R&R, R&B e Soul erano le declinazioni principali della loro musica. Una cosa semplice significa che non è né complessa né complicata, non astrusa, ossia costituita da non molti elementi e non particolarmente difficili - intellettualmente e culturalmente - da esser pensati, ideati o connessi.
Nessun dubbio che un brano di successo sia caratterizzato da semplicità: è storia. Anche la “vetrina” è fondamentale; anzitutto l’”oggetto” deve essere esposto, e in modo efficace e per un tempo adeguato. Stabilito ciò, le variabili di questi due fattori (semplicità e “vetrina”) sono molteplici, e specialmente il secondo può variare da periodo a periodo; quest’ultimo non è né facile né il caso di affrontarlo: non è il mio mestiere. Tra le cose più significative che caratterizzano il Progressive – a parte il fatto che è molto meno diffuso di quanto creduto comunemente* e quindi per questo ancor più prezioso – è la peculiare amalgama tra le complessità di tutti gli elementi in gioco (ritmo, melodia, armonia, timbro e forma).
E siccome discendente dalla Classica ma scevro dai generi e stili afroamericani** (notoriamente incentrati sul ritmo), il fattore più sorprendente è quello ritmico. Anche perché in termini di complicanze nella Classica l’elemento puramente ritmico-metrico non è così diffuso, al netto di alcuni giganti del Novecento. In tal senso gli Yes hanno avuto nella coppia della “ritmica” (basso-batteria) due tra i migliori musicisti che il Rock e dintorni ha espresso: Chris Squire e Bill Bruford. Strumentali o cantate che siano, le musiche del XXI secolo che appaiono più di buon rango di solito sono semplicemente ammalianti “verniciature” con pochissima sostanza dietro.
È una pratica iniziata già tempo addietro, in epoca moderna, ma perfezionata con le tecnologie contemporanee, che consentono sia manipolazioni tanto facili quanto profonde, impensabili fino a qualche anno fa, sia approvvigionamenti culturali e fattuali della “letteratura” precedente: accesso – pressoché gratuito - a tutto lo scibile musicale. Esplorando Witchi Tai To, strani incroci geografici, temporali e di culture; Norvegia, costa est e costa ovest degli U.S.A., attraversando il Midwest del Missouri e gli Stati Uniti Centrali del Sud dell’Oklahoma.
E già, sono appena tornato da un lungo e intrigante “viaggio” che l’amico Antonio Lisi mi ha invitato di fare per approfondire la conoscenza di quel bizzarro brano di Jim Pepper (sassofonista e compositore), che pubblicò nel 1969 (in un 45 giri) con il suo gruppo Everything Is Everything. Gli anni Sessanta, Settanta e Ottanta del ‘900 fusi in una canzone di enorme successo, tra le più famose in assoluto di David Bowie.
Let’s Dance è un brano dell’omonimo disco pubblicato nel 1983, in cui è evidente la proficua “mano” del musicista-produttore Nile Rodgers, che ha affiancato Bowie per l’intera realizzazione del disco. La particolarità di questa canzone è la manifesta osmosi dei caratteristici fattori musicali di quei tre decenni, in un’operazione tanto sfrontata e spavalda quanto sofisticata e azzeccata. Un caleidoscopio temporale in forma di musica. Il “dark side of the love supreme” di John Coltrane fu registrato sei mesi dopo il “lato chiaro”: ma Transition non fu pubblicato in quel periodo, solo anni dopo, e ciò ha contribuito a depotenziare il suo impatto*.
E se è vero come è vero che raramente i dischi postumi dei grandi artisti sono ottimi dischi, Transition è uno di questi. Registrato in due sessioni: 26 maggio e 10 giugno del 1965, pubblicato nel 1970; col suo classico quartetto, McCoy Tyner al piano, Jimmy Garrison contrabbasso ed Elvin Jones batteria. Brevissimo e semplice riff usato in più sezioni (intro, A e soli), B e C.
La forma della canzone Diesel di Eugenio Finardi è tutta qui: A, B e C, un elementare abbecedario; eppure è straordinaria. Lo è anzitutto perché c’è l’intervento solistico al piano elettrico di un eccezionale musicista: Patrizio Fariselli, tastierista e leader del formidabile gruppo jazz-rock Area. Con i suoi interventi solistici ha potentemente innervato di Jazz un brano Pop-Rock. E ciò fu tra i primissimi esempi, se non il primo, nell’ambito del panorama nazionale. (Per quello internazionale lascio ai lettori il divertimento nel ricercare dei precedenti; non sarà facile: buona caccia.) Io Vivo Come Te è una canzone di Pino Daniele pubblicata nel 1982 e contenuta nel suo quinto disco Bella ‘mbriana.
Brano lento di circa quattro minuti, ha più di un aspetto interessante; per quanto una canzone parecchio semplice. L’album è suonato da un gruppo straordinario: oltre a Pino (voce e chitarra) c’è Tullio De Piscopo (batteria), Joe Amoruso (tastiere) Rosario Jermano (percussioni) e due fuoriclasse internazionali: Wayne Shorter (sax soprano) e Alphonso Johnson (basso). He Loved Him Madly è il primo requiem elettrico – visionario - di un grande jazzista, e in assoluto il più lungo.
Benché una smentita può esserci dietro l’angolo, in ogni caso, questo brano è straordinario. Registrato nel giugno del 1974 fu pubblicato nel novembre dello stesso anno nel doppio Get Up With It , ultimo album in studio di Miles Davis prima dei cinque anni del suo ritiro. É cosa nota che Chuck Berry sia tra i genitori del Rock, essendo tra i colossi del Rock'n'Roll degli anni ‘50-’60.
Nel 1956 fu pubblicato un singolo contenente un eccentrico brano, Havana Moon (poi inserito nell’album After School Session – 1957). Parecchio singolare; non è un blues né r’n’r o simili né una ballata. Ritengo sia tra i pezzi più minimali in assoluto, sia formalmente sia come contenuti; peraltro nemmeno molto breve. Il settimo colore dell’arcobaleno musicale dei Weather Report è il loro maggior successo: Heavy Weather (1977).
I sei colori dei sei anni precedenti (più Live in Tokyo) furono una meravigliosa traiettoria che incantò tutti. Dai primi due, più astrali (l’omonimo e I Sing The Body Electric), agli ultimi due, più terragni (Tale Spinnin’ e Black Market), presentarono una stupefacente progressione d’ibridazione musicale tra sperimentazione ed etno-world, partecipando in modo apicale all’innovazione del linguaggio musicale che a quel tempo si stava compiendo, che nominarono Jazz-Rock e Fusion. Stone Free è la prima canzone che Hendrix compose per il suo gruppo The Jimi Hendrix Experience, fu pubblicata nel dicembre del 1966* come lato B del suo primo singolo " Hey Joe ".
Dai racconti fatti, Jimi non l'ha scritta volontariamente. Voleva arrangiare Land Of 1,000 Dances (Chris Kenner) come lato B di "Hey Joe", ma il suo produttore Chas Chandler gli disse che era meglio che scrivesse qualcosa… Questo articolo è tratto dal libro: Pink Floyd - The Dark Side of the Moon (Analisi musicale e guida all'ascolto)
The Great Gig in the Sky è il titolo di un celebre brano pubblicato dai Pink Floyd, nell’ancor più celebre disco The Dark Side Of The Moon del 1973. Il pezzo non era in origine granché, anzi, ma ciò che fece la differenza* fu la lunga improvvisazione vocale di Clare Torry, una giovane cantante professionista inglese, chiamata all’ultimo momento per “riempirlo” e tentare così di “salvarlo”. Monumentale: di ciò che, per le sue dimensioni, dia impressione di grandezza e solennità.
Così il vocabolario Treccani. Così per Since I’ve Been Loving You pubblicato dai Led Zeppelin nel loro III nell’ottobre del 1970. Una lenta canzone blues (minore), monumentale.
Sgomenta che dalla straconosciuta e abusata scala blues (la Pentatonica minore con aggiunta una nota di passaggio - la quinta bemolle), impiegata in innumerabili assoli e alcuni tra i più celebri riff del Rock, si tiri in ballo la Sinfonia n.5 di Beethoven.
Con la locuzione “opera di transizione” spesso s’indica qualcosa di più bassa qualità del solito, di un po’ confuso, incompiuto: la parola transizione come sintesi rappresentativa di una crisi.
Invece questa fase di passaggio per i grandi artisti è non raramente una condizione di grande fermento creativo e importanti realizzazioni. Un plastico esempio è dato dai Weather Report con il loro quarto disco in studio Mysterious Traveller (1974). Qualunque ascoltatore può immaginare che una canzone accattivante, magari di successo, sia fondata su fattori molto semplici.
E spesso è proprio così; anche più semplici di quanto si pensi. Ma quei brani hanno sovente qualcosa che li distingue nella loro essenza. Uno di questi è I Wouldn't Want To Be Like You del gruppo britannico The Alan Parsons Project (di fatto il duo Alan Parsons- Eric Woolfson tastierista), pubblicato nel 1977 e contenuto nel disco I Robot. E.S.P. è tra i dischi più importanti della carriera di Miles Davis; per più di un motivo.
Fu registrato nel gennaio del 1965 e pubblicato l’agosto di quell’anno dal quintetto che da qualche mese suonava in giro per il mondo; oltre a lui alla tromba, c’erano Herbie Hancock al piano, Wayne Shorter al sax, Ron Carter al contrabbasso e Tony Williams alla batteria. Le sette composizioni sono tutte a firma di uno dei componenti del gruppo (due la coppia Carter-Davis) fatto salvo il batterista, e si discostano significativamente dalle cose fatte fino ad allora; è un disco di svolta. Oltre a essere “democratico” nelle autorialità delle composizioni è assai equilibrato in quanto ad assetti musicali, sia percettivi sia nella sostanza. Questo articolo è tratto dal libro: The Dark Side of the Moon (Analisi musicale e guida all'ascolto)
Money dei Pink Floyd è tra i brani Pop-rock più famosi ma meno “conosciuti”. Pubblicato nel celebre disco del 1973 The Dark Side Of The Moon, è tra le hit che più si può considerare fusione di fattori semplici ma determinanti di vari stili e generi. Blues, Reggae, Rock, Progressive e R&B, ciò che più connette in Money questi generi è l’andamento ritmico: per tutta la sua durata è pervaso e “sorretto” dal ritmo terzinato shuffle (tipico del Blues e i suoi derivati). L'altra caratteristica sono le parti di basso, oltre quella celebre ed evidente del riff principale: sono le fondamenta propulsive di tutte le fasi di Money. Mi rammarica non avere più il mio primo strumento; sono oltre quaranta anni che mi manca.
Da ragazzino undicenne avevo dei bonghi nordafricani che malamente percuotevo, tentando di andare appresso ai brani dei miei beniamini musicali. Ho continuato così per qualche anno, pure dopo che ebbi la mia prima chitarra. Benché il mio primo incontro con la musica (che non fosse solo ascoltarla) fu con una tastierina elettronica Bontempi che aveva un mio amichetto di 9 o 10 anni. Chi ha l’adolescenza parecchio alle spalle lo sa bene, di quel periodo rammentiamo nostalgicamente alcune esperienze, anche piccole, di apparente insignificanza, ma che per qualche motivo ci portiamo dentro e che a volte riaffiorano in modo prepotente.
Spesso sono legate alla musica; d’altronde non è da oggi che la musica permea in modo quasi invasivo le vite di tutti noi. Dei nostri cinque sensi la vista e l’udito sono quelli che associamo più facilmente e potentemente a ciò che ci accade, soprattutto in termini mnemonici. L’olfatto, il tatto e il gusto molto meno. |
Carlo Pasceri
Chitarrista, compositore, insegnante di musica e scrittore. TEORIA MUSICALE
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