Quando Miles Davis entrò in studio con in tasca poco più di qualche appunto a matita, stava per compiere esattamente questo gesto - solo che al posto del pennello aveva una tromba, e al posto della carta, cinque musicisti pronti a improvvisare con lui.
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Nell'era in cui una nota stonata o un colpo di batteria si correggono con un click, in cui un solo di chitarra può essere ricomposto nota per nota in post-produzione, nel 1959 il Jazz si registrava in un altro modo, e Kind of Blue ne è solo l'esempio più celebre: quei dischi nascevano da esecuzioni dal vivo, catturate così com'erano, senza possibilità di intervenire dopo - come il tratto di un pennello sulla carta di riso, o una pennellata su intonaco fresco, un movimento che una volta compiuto non si corregge più.
Quando Miles Davis entrò in studio con in tasca poco più di qualche appunto a matita, stava per compiere esattamente questo gesto - solo che al posto del pennello aveva una tromba, e al posto della carta, cinque musicisti pronti a improvvisare con lui.
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Cosa hanno in comune i Dream Theater di Pull Me Under, i Coldplay di Clocks, Astor Piazzolla di Libertango e il folclore greco di Misirlou, magari nella versione di Dick Dale usata da Tarantino in Pulp Fiction?
Il raggruppamento ritmico 3+3+2* all'interno di una misura di 4/4 è una delle strutture più pervasive della musica; ci sono migliaia di brani con questo fondamentale raggruppamento (o suddivisione che dir si voglia). Quindi non è semplicemente la quantità a rendere questo assetto ritmico un caso più unico che raro nella storia della musica, è la sua trasversalità. Esistono metri più «dispari» di altri?
E se il dispari non fosse soltanto una categoria aritmetica, ma la matrice stessa della tensione - un gradiente di purezza capace di governare, con la stessa forza, la pulsione asimmetrica del ritmo e la vibrazione tensiva dell'armonia? Sappiamo che i metri e i ritmi* dispari sono l'analogo temporale delle tensioni melodico-armoniche, tanto nelle loro eventuali risoluzioni quanto nella loro permanenza. Ma se la tensione armonica ammette gradi - una dissonanza più intensa di un'altra, un accordo più instabile di un altro - dobbiamo chiederci se pure la tensione ritmica ne ammetta. Esistono metri più "dispari" di altri? Ci sono suoni che sembrano esserci anche quando non ci sono; un mondo invisibile che abita la musica che ascoltiamo ogni giorno.
È fatto di bassi profondi che sembrano sfidare le dimensioni minuscole dei nostri smartphone, di pulsazioni che avvolgono gli accordi e di "note intruse" che possono comparire quando spingiamo un altoparlante al limite. Ma da dove arrivano questi spettri acustici? Scoprirlo significa entrare nel mondo delle non linearità e della percezione, dove ciò che ascoltiamo non sempre coincide con ciò che è fisicamente presente nel suono. Sono sempre stato attratto dalla simmetria, e lo dimostra il numero degli articoli che ho dedicato a questo tema; anche nei miei libri le ho spesso riservato ampio spazio, affascinato dalle sue molteplici implicazioni musicali.
D’altronde, si tratta di una prospettiva particolarmente moderna: è soprattutto tra il Novecento e la contemporaneità che la simmetria è stata studiata, esplorata e assunta consapevolmente come principio compositivo, basti pensare ad Arnold Schönberg e a Olivier Messiaen. Ha il suono di un incantesimo, il colore di un mondo irreale, l’ambiguità evanescente di un sogno esotico. “Magica” e misterica, basta percorrerne i suoni per giungere ai confini del sovrannaturale.
Eppure questa aura arcaica e “segreta” non viene da un passato remoto; non appartiene a un mondo antico, né a una tradizione musicale perduta. È una magia sorprendentemente moderna, unica. La scala Esatonale (o a toni interi) ci permette di raccontare una straordinaria storia musicale, quella di una simmetria radicale. Occupa infatti un posto del tutto particolare nella storia della musica occidentale, perché mostra come una semplice struttura intervallare possa trasformarsi in una nuova concezione dello spazio musicale. Una logica narrativa del suono, è possibile?
Quali procedure del linguaggio musicale possono produrre qualcosa di analogo ai meccanismi attraverso i quali la letteratura – e, per estensione, il cinema - costruiscono un genere, una situazione o una determinata esperienza? Da qui possiamo partire per esplorare un territorio piuttosto particolare: il rapporto tra linguaggio musicale e linguaggio narrativo, senza tuttavia pretendere che l'uno possa semplicemente "raccontare" ciò che racconta l'altro. È sempre tanto ammaliante il concetto di trilogia, un po' in tutti i campi.
Chissà perché: il numero perfetto, la Trinità? O forse perché tre elementi sembrano bastare per creare una storia, un prima, un durante e un dopo. Anche nella discografia di John Coltrane possiamo individuare, ex post, un'importante trilogia di metà anni Sessanta: Crescent, A Love Supreme e Transition. C'è una canzone che, ancora oggi, ci fa fermare qualunque cosa stiamo facendo, ritrovarci a battere il piede a tempo e trattenere il respiro senza averlo minimamente deciso. Bastano tre note per riportarci in un'auto, in una stanza, in un'estate che credevamo di aver dimenticato. Nessun libro, nessuna fotografia riesce a farlo con la stessa velocità.
Non è un mistero da romantici: è una questione di come il cervello è fatto - il cervello non ascolta mai soltanto. La neuroscienza sta dimostrando che dietro questa forza non c'è magia, ma una particolare forma di organizzazione dell'esperienza. La musica non è soltanto ascolto, emozione, memoria o movimento. Il disco Drama (1980), segnatamente il brano Does It Really Happen?, rappresenta uno dei momenti più riusciti della transizione di un maestoso gruppo nato sul finire dei Sessanta - gli Yes - verso gli anni Ottanta.
Disco, costituito da sei composizioni, di buon successo commerciale all'uscita, ma di fortuna complessivamente più modesta rispetto ad altri album degli Yes; risultato probabilmente condizionato anche dalla clamorosa assenza di Jon Anderson, il cui ruolo nell'identità del gruppo era ormai percepito come imprescindibile da gran parte del pubblico. Siamo sicuri di poter determinare quanto sia davvero intonata o stonata una nota?
Sull'intonazione vale spesso quanto si dice sul “bello” musicale: decretare una “bella voce” o un “bel suono” è un po' come definire bello un colore. Dipende da cosa devi dipingere, e nemmeno tanto... Ma c'è di più. Quando parliamo di suoni, entriamo in una sfera profondamente soggettiva e fisica. Il suono non è un'astrazione, né qualcosa di inerte: è un'onda meccanica che ci raggiunge anche sul piano corporeo, un fenomeno fisico che incontra inevitabilmente il gusto personale, la sensibilità biologica e la cultura di ciascuno di noi. Che al normale ascoltatore il linguaggio musicale interessi poco conoscerlo, e che egli si lasci semplicemente “colpire” da ciò che la musica riesce a trasmettere a livello immediato, non rappresenta certo una colpa.
Sarebbe però utile riconoscere che la potenza espressiva di quei suoni non nasce dal caso: è sostenuta da un’organizzazione grammaticale e aritmetica altrettanto potente, spesso invisibile ma decisiva. E l’aspetto che offre il terreno più oggettivo è quello dell'organizzazione metrico-ritmica, fondata su rapporti temporali misurabili. Eppure, anche in questo ambito, uno stesso fenomeno può ricevere descrizioni teoriche differenti, tutte formalmente coerenti con i dati. Per molto tempo autorevoli fonti musicologiche, fra cui Gunther Schuller, hanno distinto nettamente il walking bass del Jazz swing dal basso del boogie-woogie, sottolineando soprattutto le differenze funzionali: da una parte una linea libera, melodicamente autonoma e integrata nel contrappunto del gruppo; dall'altra una figura più ciclica e ripetitiva, legata all'ostinato della mano sinistra pianistica.
Questa distinzione conserva una sua utilità descrittiva, ma oggi appare troppo rigida se interpretata come separazione assoluta. La storia dei linguaggi musicali mostra infatti più spesso continuità, trasformazioni e adattamenti che fratture improvvise. Non è mai stato il filone musicale che ho frequentato con maggiore passione.
Eppure pochi ambiti della musica del Novecento hanno esercitato un'influenza tanto profonda: proprio qui affondano le radici del Rock, del Funk, del Pop e, indirettamente, di gran parte della musica contemporanea. Al contempo, ho spesso notato una diffusa confusione, tanto tra gli "addetti ai lavori" quanto tra i semplici appassionati: da un lato c'è chi considera boogie-woogie, rhythm and blues, rock and roll e soul come generi distinti; dall'altro, chi utilizza questi termini quasi come fossero sinonimi. |
Carlo Pasceri
Chitarrista, compositore, insegnante di musica e scrittore. TEORIA MUSICALE
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Settembre 2026
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