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Libro Eroi Elettrici

Anni '50: il Rinascimento della chitarra Jazz

15/6/2025

2 Commenti

 
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A circa vent’anni decisi di tentare di andare oltre il chitarrismo rock.
Le linee melodiche, i solismi e le armonie nei brani di John Scofield, Larry Carlton, Robben Ford, Mike Stern e Scott Henderson m’intrigavano. Implacabilmente.
Dopo parecchio tempo speso in tentativi di capirci qualcosa per mezzo di scorciatoie, di schematizzazioni pronte all’uso, capii che quel che ascoltavo di loro (e i loro simili pure non chitarristi) non erano semplicemente sofisticazioni che si potevano copiare e brutalmente applicare, magari con qualche minima variazione.
O meglio, si sarebbe potuto fare, l’effetto era rilevante - raffinato e incisivo - si faceva (e si fa), ma è un po’ come applicare una decalcomania invece di disegnare e colorare un’idea propria: sicuramente le mie meno interessanti delle loro, però... Io volevo comprendere come le pensavano quelle cose così simili a un jazz ipermoderno; poi, magari rielaborare e suonare non imitando…
Quindi, dopo quegli anni, l’unica cosa che compresi fu che avrei dovuto rassegnarmi di studiare il Jazz.
A quel punto decisi di andare alla fonte, agli albori, e pertanto allargare l’indagine ad altri strumentisti.
​Iniziai con le cose che suonavano i maestri di un secolo fa: straordinari; naturalmente a cominciare da Louis Armstrong.
Per quanto riguarda i chitarristi: Eddie Lang, Django Reinhardt e Charlie Christian, loro tra gli anni Venti e Trenta hanno posto le basi per tutti i seguenti.
Nel decennio successivo - con l’avvento dello stile be-bop e quindi in primis di Charlie Parker e Dizzy Gillespie - non ci furono chitarristi all’altezza né di loro né dei precedenti; di più: la chitarra non fu granché in mostra, anzi.
Le cose cambiarono nei Cinquanta: un Rinascimento chitarristico per opera di una pattuglia di chitarristi “bianchi”.
Tal Farlow, Kenny Burrell, Jimmy Raney, Johnny Smith, Herb Hellis, Barney Kessel, tra gli altri*.
Non furono molto innovativi né chitarristicamente né compositivamente, ma riuscirono, tramite una potente sintesi di linguaggio e tecnica dei fuoriclasse fino ad allora manifestatisi, a emergere e “giocarsela” con fiatisti e pianisti, a quel tempo dominatori della scena jazz.
Farlow e Kessel si distinsero, i più estremi: il primo rapido, serrato, poderoso, il secondo rapsodico, bluesy e particolarmente incline alle armonizzazioni accordali.
Farlow con un formidabile timbro netto e staccato, del tutto a suo agio in pezzi medio-veloci e veloci**, parecchio meno nei lenti e medio-lenti o comunque più “morbidi”, poco melodico e mutevole nella ritmica, ove tuttavia ogni tanto sfoderava una peculiare tecnica (cui era assai brillante): gli armonici artificiali.
​Con essa si può innalzare immediatamente di ottava una qualsiasi nota: è quella resa famosa nel motivo d’introduzione di Birdland dei Weather Report da Jaco Pastorius.
Kessel, al contrario, meno a suo agio negli up-tempo mentre ben di più nei “medium” o nelle ballad; non inesorabile come Farlow, ma più imprevedibile e canterino, spesso piegava le note con bending, più flessibile anche in termini di stili e timbri. Abilissimo nelle armonizzazioni accordali (anche nell’interpolarle nelle linee a note singole).
Dunque, torreggiante Farlow ma meno duttile di Kessel, che, a fronte di ciò, era anche parecchio polimorfo nelle formazioni, ove con i vari strumentisti agilmente dialogava e s’inseriva con estrema efficienza. Comunque non si può non citare l’eccellente pianista che in quegli anni suonava con Farlow, tragicamente e troppo presto scomparso: Eddie Costa (pure vibrafonista), un raro continuatore - della primissima ora - dell’enorme lezione di Lennie Tristano.
Si può stimare che la prosecuzione della grande stagione chitarristica dei Sessanta, principalmente per opera di Wes Montgomery e Joe Pass (dal lato più discendente dai “bopper”) e di Jim Hall e Gabor Szabó (da quello più ellittico rispetto alla tradizione), debba qualcosa alla pattuglia bianca del decennio precedente, con in prima linea Tal Farlow e Barney Kessel. Loro quindi ascendenti pure dei chitarristi più “fusion” ed elettrici dei Settanta e Ottanta di cui mi ero innamorato. Non posso che essere grandemente riconoscente a questi grandi maestri della chitarra.
 
* Storia a sé Les Paul, che comunque consolidò nel decennio successivo le sue eccezionalità, e Billy Bauer, gregario poco appariscente e presente nei dischi - benché precursore di un inedito stile più intellettuale, “cool”.
​

** In tal senso a cavallo tra i Sessanta e i Settanta degno erede fu Pat Martino.

​
Molti dei chitarristi citati nell'articolo sono presenti nel mio libro Eroi elettrici - I grandi solisti della chitarra.
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2 Commenti
ESPEDITO PELUSO
16/6/2025 23:47:04

Forse non hai citato Pat Metheny perché trasversale?

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carlo pasceri
17/6/2025 05:55:37

Benvenuto Espedito,
non ho citato Metheny perché (come scritto qualche anno fa) da giovane non mi piaceva molto, ero più interessato a chitarristi (e musiche) più ibridati col rock, meno "morbidi".
https://www.carlopasceri.it/blog/la-grandezza-che-non-avevo-compreso-di-pat-metheny

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    Carlo Pasceri
    Chitarrista, compositore, insegnante di musica e scrittore.


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